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Rinunciare alla freccia per smascherare il gioco

quando il conflitto si rivela come unica mossa del pensiero coloniale

di Riccardo Bernini

Quando una nazione — o chi per essa — presume di essere padrona del mondo, non lo fa mai come semplice accidente. Lo fa perché ha interiorizzato l’idea che la sua esistenza stessa sia misura di tutte le cose. Da quel momento, ogni gesto, ogni parola, ogni atto politico si muove come se il mondo intero fosse il proprio dominio naturale. Da quel momento, diventa vittima delle proprie vittime.

La retorica si rovescia, il linguaggio si piega, il senso evapora. La realtà smette di essere concettuale, perde l’ossatura spirituale, rinuncia a quella centralità che nasce dalla speculazione. Lo spazio si contrae in un teatro per un unico attore. Il tempo si riduce a sequenze utili alla propria narrazione.

Quella piccola nazione, spinta da ideali che oscillano tra la religione e l’identità, si trasforma da presenza ospite in forza che plasma processi culturali, abitudini e gerarchie simboliche. Qualcuno se ne accorge, tenta di opporsi, prova a distruggerla. Il tentativo fallisce. Nonostante le pressioni, nonostante il peso di un gioco pesante, l’entità riesce — con l’aiuto diretto e indiretto del mondo intero — a consolidarsi.
Ma non basta. Ha bisogno di un’identità più stabile, definita politicamente, non messianica. Nasce allora un movimento che travalica i confini, unisce in una stessa idea nazionale e transnazionale, e indirizza i suoi membri verso un rapporto con il sacro profondissimo, ma compromesso. Perché quel sacro è ormai immerso nella politica e ne respira la logica. E quando il sacro si sporca di politica, si allontana, lasciando il posto a un progetto di espansione che non ha nulla di mistico e molto delle guerre coloniali americane: promesse di democrazia che portano soltanto morte.



Gli anni passano e la strategia si raffina. Non mancano regicidi, non mancano colpi di stato non dichiarati. La vittima diventa carnefice e continua a legittimare ogni azione col bisogno di difendersi da nemici sempre in agguato. Nel frattempo, produce vittime.
Un intellettuale — non il primo a pensarle, ma tra i più lucidi a sistematizzarle — ha definito con precisione questa dinamica: la vittima che fa vittime. È un meccanismo perfetto. E oggi, quel meccanismo sta portando a compimento il proprio progetto, con il consenso silenzioso della vecchia Europa, del nuovo mondo e di altre potenze minori. Anche quando la stanchezza per la distruzione cresce, il processo non si ferma. Un uomo lo guida, legato a doppio filo a questioni personali, deciso a possedere una terra ridotta ormai a meno dell’Abruzzo. Ma per lui quella è la patria intera, tutta la patria, l’unico spazio in cui riconoscere se stesso.

Qui entra in gioco l’impossibilità. Nell’epoca dello spettacolo integrato, non c’è più una storia orientata, come voleva Hegel, ma una sequenza di frammenti che non si ricompongono. L’evento non genera continuità: si consuma, lascia un’immagine, e l’immagine diventa subito altro.
In questo orizzonte spezzato, il conflitto non è più una parentesi: è la condizione permanente, la temperatura di fondo dell’esistenza politica. Non più guerra per ottenere la pace, ma guerra come forma di pace stessa. Chi impugna le armi accetta in anticipo la logica che le ha rese necessarie e con essa anche le conseguenze: devastazione, dominio, vittime che generano altre vittime.

L’unica mossa vincente sarebbe fermare il conflitto in senso assoluto: non congelarlo, non sospenderlo, ma disinnescarlo fino a renderlo impensabile. Non come illusione messianica, ma come atto politico radicale.
Ma l’uomo resta prigioniero della propria identità coloniale, costruita sulla smania di conquista. L’idea stessa di non combattere è inconcepibile perché toglierebbe fondamento alla narrazione del potere e alla sceneggiatura su cui esso si regge.
Rinunciare all’arma diventa allora un gesto situazionista: un sabotaggio del copione, un détournement che sostituisce alla vittoria la sottrazione, che lascia il campo vuoto, che fa mancare all’avversario — e al potere stesso — il proseguimento della partita. Non è un atto di rinuncia, ma di rottura: negare la rappresentazione, negare il ritmo stesso su cui il conflitto si perpetua, e così restituire al tempo e allo spazio una libertà che la guerra aveva già speso in anticipo.

La ragazza di oggi

Nome (Romaji): Kagome Higurashi

Kanji: 日暮かごめ

Nome italiano / internazionale: Kagome (nome mantenuto nelle pubblicazioni italiane)

Opera: Inuyasha

Autore/Autrice: Rumiko Takahashi

Anime: Inuyasha, prodotto dallo studio Sunrise, trasmesso in Giappone su Yomiuri TV; prima serie (167 episodi) dal 16 ottobre 2000 al 13 settembre 2004, seconda serie (26 episodi) dal 3 ottobre 2009 al 29 marzo 2010

Distribuzione italiana (manga): Star Comics (“Neverland”), febbraio 2001 – maggio 2009; adattamento dei primi 34 tankōbon in 67 numeri mensili

Manga originale:

  • Autrice: Rumiko Takahashi

  • Rivista: Shōnen Sunday (Shogakukan), 13 novembre 1996 – 18 giugno 2008

  • Edizione italiana: Star Comics (come sopra)

Home video (Italia, anime): Dynit – edizioni VHS e DVD della serie TV con audio ITA/JPN e sottotitoli ITA; uscite Blu-ray “First Press Limited Edition” in cofanetti per Stagioni 01–02 (6 BD), 03–04 (6 BD), 05–06 (6 BD); i filmsono disponibili in DVD in Italia (es. L’isola del fuoco scarlatto, edizione a 2 DVD 25/05/2006, Terminal Video Italia).


Bibliografia del libro presente nella scena

  • Edizione filologica consigliata (italiana): Lo zen e il tiro con l’arco, Eugen Herrigel, Adelphi, Piccola Biblioteca n. 25, Milano 1975.

  • Edizione originale (tedesca/inglese): Zen in der Kunst des Bogenschießens (1948); Zen in the Art of Archery(trad. inglese, 1953).


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