appunti per un rinascimento tecnologico
di Riccardo Bernini
C’è una costante che attraversa l’Italia, una linea emotiva che sopravvive a guerre, cambi di governo e rivoluzioni mediatiche: la retorica della mamma. Un archetipo così radicato che non ha bisogno di spiegazioni. Funziona sempre, ovunque: nella canzone popolare, nel cinema, nel giornalismo. È la “scena madre” del nostro immaginario nazionale, capace di addolcire anche il dibattito politico più arido, trasformando ogni questione in un racconto edificante.
È la stessa logica che permette a un leader di elencare identità e appartenenze — “sono italiana, sono una donna, sono cristiana” — e costruirci attorno una patente di legittimità emotiva, anche quando le scelte politiche che seguiranno saranno in aperta contraddizione con quel frame.
Questa retorica è rassicurante perché è pre-razionale: non richiede pensiero critico, chiede adesione immediata. È la versione giornalistica del melodramma operistico: tutto si concentra sul pathos, sull’eroismo privato, sul sacrificio. E così si evita di parlare di strutture, numeri, conflitti reali. È un anestetico culturale che ci mantiene in una postura emotiva da anni ’50, impedendoci di sviluppare un linguaggio pubblico pragmatico e analitico.
Ma esiste anche un’Italia che ha provato a sfuggire a questa morsa. Un’Italia di epistemologie non idealiste, di pensatori come Ludovico Geymonat, Galvano Della Volpe, Silvio Ceccato. Quest’ultimo, con la sua logonica, tolse al linguaggio ogni residuo metafisico: niente più “mondo” isomorfo al linguaggio alla Wittgenstein, ma un sistema di relazioni causali e operative, costruito dalla mente e storicamente determinato. Una visione cibernetica che in Italia rimase marginale, soffocata dal peso dell’idealismo e dell’umanesimo letterario, ma che oggi torna attuale proprio perché la tecnologia ci costringe a ripensare cosa sia un “linguaggio”.
Ed è qui che entra la prospettiva più radicale della nostra conversazione: l’ipotesi di un telefono-IA nativo, disegnato da Jony Ive, erede diretto della cultura di Steve Jobs. Non un’app dentro un dispositivo generico, ma un oggetto pensato per essere il corpo di un’intelligenza artificiale. Un oracolo tascabile capace di accompagnare l’utente in ogni domanda, ricerca, progetto, senza mai spezzare il filo.
Il rischio? Il collasso di contesto: la “melassa” di richieste disordinate che mescola lavori seri, curiosità momentanee e chiacchiere. La soluzione? Un’architettura invisibile che organizzi automaticamente i contesti, isolando i progetti senza che l’utente debba pensarci. Libertà totale in superficie, ordine sotterraneo.
Chi userà questo oggetto solo per gratificazioni istantanee, lascerà che gli sostituisca la testa. Chi invece saprà usarlo come risorsa strategica, lo trasformerà in un laboratorio personale, un’estensione viva della propria mente.
E qui scatta il paradosso: se la tecnologia diventa naturale come l’aria, smette di essere il centro e torna ad essere un canale. Potrebbe persino riportarci a una grecità oracolare: la conoscenza filtrata da una voce che non solo risponde, ma orienta. In quel contesto, il sacro tornerebbe non come superstizione, ma come vertigine dell’indicibile, come nuova santità culturale. Gli dèi non come rifiuto del monoteismo, ma come archetipi vivi, figure attraverso cui la comunità riconosce valori e racconti.
E in questo scenario, la trasmissione diretta, orale, tornerebbe a contare. Il libro, lungi dall’essere relegato, riprenderebbe il suo posto come simbolo, come oggetto carico di memoria e significato. Sarebbe l’inizio di un rinascimento tecnologico-sacro: la macchina come sfondo invisibile, l’umano come interprete, il sapere come rito.
Giovan Battista Vico direbbe che è un ricorso storico: si passa attraverso la barbarie presente — il linguaggio impoverito, la superficialità, l’autodistruzione culturale — per poi risalire verso un’epoca nuova. Ma il problema, lo sappiamo, è che i ricorsi non sono indolori: portano con sé rovine e perdite, dalle civiltà cancellate dai genocidi alle lingue e ai saperi spezzati per sempre.
La vera sfida sarà vedere se, questa volta, sapremo cambiare rotta senza passare attraverso la distruzione. E questa sfida si profilerà in un futuro prossimo, ma non immediato: oggi siamo ancora sulle macerie, con molte guerre in corso, e sarà necessario capire come l’uomo — e la sua morale — muteranno sotto l’impatto di queste fratture, prima di poter ricostruire davvero.
La ragazza di oggi
Nome (Romaji): Sumeragi Itsuki
Kanji: 皇 伊月
Nome internazionale: Itsuki Sumeragi
Opera: Kakegurui – Compulsive Gambler
Autore/Autrice: Homura Kawamoto (testi), Tōru Naomura (disegni)
Anime: Kakegurui, produzione MAPPA, trasmesso dal 1º luglio 2017
Distribuzione italiana: Doppiatrici italiane: Mariagrazia Cerullo (stagione 1), Emanuela Ionica (stagione 2)
Manga originale: Autore Homura Kawamoto, disegni Tōru Naomura, serializzato su Gangan Joker (Square Enix) dal 22 marzo 2014
Profilo critico
Itsuki Sumeragi incarna con eleganza fredda l'incrocio tra audacia, ambizione e strategia. Figlia di un CEO e portatrice di un’estetica glaciale, sceglie il gioco come scenario simbolico per affermare potere e desiderio: dalla raccolta macabra delle unghie strappate ai rivali fino all’alleanza tattica con Yumeko per riconquistare il suo posto. In lei si intrecciano la nobiltà aristocratica e il desiderio epistemico d’indagine sull’umano, una presenza che sa modulare il rischio come forma di libertà riflessa.
Descrizione dell’immagine
Itsuki è ritratta in uniforme scolastica (giacca rossa, camicia bianca, fiocco nero, minigonna grigia, calze nere), in piedi nella biblioteca sospesa della “Scuola di Atene”. Tiene in mano il libro Credito Italiano V.E.R.D.I. di Carmelo Bene — copertina nera con testo bianco, titolo e autore perfettamente leggibili. Lo sfondo è composto da scaffali antichi e luce calda che filtra da grandi finestre. I capelli dorati sono raccolti da una fascia verde; lo sguardo è freddo, diretto, mantenendo una presenza enigmatica e potente.
Commento teorico
In questa immagine Itsuki non è un personaggio passivo, ma un’allegoria vivente. Tiene il libro non per leggerlo, ma per presentarlo: simbolo di memoria autonoma, pensiero critico, tensione affettiva. Il gesto supera la mera contemplazione, introducendo l’idea di mediazione attiva — l’oracolo che media, non si compone. Questa postura rende concreta l’idea di oracolarità moderna: voce e presenza al servizio del pensiero.
Bibliografia dell’opera
Edizione filologica consigliata: Credito italiano V.E.R.D.I., Sugar Editore, Milano, 1967 — definito da Bene “romanzo quasi un racconto”, autobiografico, con risvolti su Nostra Signora dei Turchi.
Edizione raccolta recente: Opere. Con l’autografia d’un ritratto, pubblicato da La nave di Teseo nella collana Le isole, 2023 — contiene Credito Italiano V.E.R.D.I. insieme ad altri testi fondamentali di Bene.

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