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Ite, Missa est...

L’Occidente, come realtà culturale, sembra giunto al termine della propria parabola storica. Ciò che per secoli si era raccontato come emblema della libertà, della logica e della razionalità, oggi appare paralizzato.

di Riccardo Bernini

Siamo mossi da un profondo senso di giustizia. Non dalla volontà di schierarci con un nome contro un altro, ma dal bisogno di guardare all’atto che ritorna sempre uguale: l’ospite che si proclama padrone, la terra dichiarata nullius mentre ancora è viva, lo Stato negato a un popolo che lo porta già dentro di sé. È qui che si rivela l’abominio, ed è qui che la filosofia ha il dovere di parlare.

L’Occidente, come realtà culturale, sembra giunto al termine della propria parabola storica. Ciò che per secoli si era raccontato come emblema della libertà, della logica e della razionalità, oggi appare paralizzato. La sua società, che si era proclamata sintesi di ragione e progresso, è collassata in una nuova forma di cecità millenaristica: un ritorno alla superstizione che si mescola al mito, alla religione, e che usa la tecnica non per aprire possibilità, ma per irrigidire chiusure. È un luddismo paradossale: rigetta la ragione, ma sfrutta la tecnica come arma per riaffermare se stesso.

In questo quadro, un’identità nazionale, una lingua, una cultura possono essere cancellate non perché deboli, ma perché ostacolo agli interessi economici. Quando lo Stato è ridotto solo a funzione dell’economia, è già uno Stato in dissoluzione: votato al tramonto non solo dei propri valori filosofici, ma anche della sua materia concreta. È un mondo che si consuma nel consumo.



Così l’Occidente, che si era autorappresentato come faro di luce contrapposto all’oscurità, cade nella trappola della sua stessa favola. Paralizzato, permette che l’unica democrazia del Medio Oriente — nata come ospite in una terra che l’aveva accolta — ribalti il senso dell’ospitalità, cancelli ciò che la ostacola, e si trasformi da vittima in carnefice. È un ribaltamento epistemico: ciò che era memoria diventa vuoto, ciò che era ospitalità diventa dominio, ciò che era conoscenza viene ridotto a pura forza.

L’abominio è tutto qui: dichiarare inesistente ciò che vive, riscrivere la memoria come errore, proclamare terra nullius un luogo che ancora respira. È il gesto più violento, perché non distrugge solo lo spazio fisico, ma spezza il legame tra popolo e terra, tra memoria e storia, tra presenza e riconoscimento.

Chi compie questa cancellazione teme il ricordo stesso. Teme che l’altro ricordi di essere stato il padrone di casa, e che riconoscendo se stesso diventi soggetto politico compiuto. Per questo non basta occupare: bisogna riscrivere. Trasformare l’ospite in sovrano, l’accoglienza in dominio, la convivenza in esclusione.

Eppure, uno Stato non si annienta con un decreto. Perché, come Hegel ci insegna, lo Stato non è un artificio esterno, ma la forma necessaria di un popolo che ha già una storia. Là dove c’è un popolo, lo Stato è la sua ombra inevitabile. Anche se lo si comprime, anche se lo si dichiara inesistente, anche se lo si riduce al silenzio, lo Stato germoglia nei residui della memoria. È la libertà oggettiva che prende corpo, e non può non nascere.

Il vero nodo, allora, è che l’uomo non accetta la propria fine. Tutto ciò che accade — cancellazioni, guerre, ribaltamenti — nasce dall’incapacità di riconoscere che nessun dominio è eterno. Accettare la fine significherebbe ammettere che ogni popolo è provvisorio eppure reale, che nessun confine dura per sempre. Invece si preferisce l’accanimento: meglio dichiarare nullius la terra che confessarsi transitori.

Nietzsche lo aveva visto con chiarezza: il tramonto è la condizione del mattino. Deleuze ha raccolto quella lezione, mostrando che la vita non ha un centro ultimo, non ha un padrone definitivo, ma cresce come rizoma, molteplice e aperta. Eppure il nostro tempo continua a resistere, a negare, a cancellare, pur di non accettare la propria provvisorietà.

Così la filosofia ci restituisce lo scheletro della questione, al di là dei nomi e delle contingenze: un popolo che chiede riconoscimento, uno Stato che nasce inevitabilmente dalla memoria, un’ospitalità rovesciata in dominio, un Occidente che si autodistrugge nella propria ipocrisia.

La paura vera non è mai del nemico armato. È la paura del pari riconosciuto. Ed è questa paura che genera l’abominio: il tentativo disperato di cancellare ciò che la storia renderà comunque ineludibile.


La ragazza di oggi

Nome (Romaji): Maetel
Kanji: — (scrittura originale: メーテル, katakana)
Nome internazionale / Nome italiano: Maetel (nella prima messa in onda italiana: “Maisha”)

Opera: Galaxy Express 999 (Ginga Tetsudō 999)
Autore/Autrice: Leiji Matsumoto

Anime:
Toei Animation. Serie TV su Fuji TV, 113 episodi, 1978–1981; film cinematografici 1979 (Galaxy Express 999), 1981(Adieu Galaxy Express 999), 1998 (Eternal Fantasy). Prequel e spin-off centrati su Maetel: OVA Maetel Legend(2000–2001) e serie TV Space Symphony Maetel (2004–2005).

Distribuzione italiana:
Prima messa in onda su Rai 2 (TV2 ragazzi), dal 1º febbraio 1982; successive repliche su reti locali e, anni dopo, anche sul canale Man-Ga (Sky). Doppiaggio italiano in due tranche: ep. 1–52 (CITIEMME) ed ep. 53–113 (CRC).

Manga originale:
Leiji Matsumoto; serializzazione in Weekly Shōnen King (Shōnen Gahōsha), 1977–1981; raccolto in 18 tankōbon. Continuazione/sequel (Eternal edition) su riviste Shogakukan negli anni 1996–1999.

Home video (Italia):
Film su DVD a cura di Yamato Video (ad es. Galaxy Express 999 – The Movie; Addio Galaxy Express 999). Per la serie TV disponibili cofanetti DVD (es. Galaxy Express 999 – Box 1, 5 DVD). Maetel Legend edizione italiana: Yamato Video (2001).

Bibliografia dell’opera:

  • Edizione italiana consigliata: Galaxy Express 999, Planet Manga (Panini Comics), 21 volumi (2005–2011), basata sull’edizione Shogakukan.

  • Edizione facilmente reperibile (in mancanza di ristampe italiane): edizione KANA (FR), 21 volumi; in Giappone varie ristampe tra cui Eternal/Andromeda Edition (Shogakukan).

Riferimenti filosofici

  • Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, trad. di Mazzino Montinari, nota introduttiva di Giorgio Colli, Adelphi, Milano, 1976.

  • Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, trad. di Giuseppe Guglielmi; il Mulino, Bologna, 1971; ed. riveduta Raffaello Cortina, Milano, 1997 (rev. Giuliano Antonello e Anna Maria Morazzoni).

  • Martin Heidegger, Essere e tempo, trad. di Pietro Chiodi; nuova ediz. a cura di Franco Volpi, Longanesi, Milano, 2005.

Riferimenti letterari

  • Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente, a cura di Rita Calabrese (Conte), Margherita Cottone e Furio Jesi, Longanesi, Milano, 1978. 

  • Italo Calvino, Le città invisibili, Einaudi, Torino, 1972; rist. Oscar Mondadori, Milano, 1993.

  • J.G. Ballard, Cronopoli, Feltrinelli, Milano, 1971.

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