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La favola dell’Occidente

 La voce di un simulacro morto...

di Riccardo Bernini

La favola che l’Occidente continua a raccontarsi è edificante, almeno in apparenza. L’invasore arriva, attacca, ed è colpevole. Non c’è scampo: bisogna abbatterlo. Da amico diventa nemico, nemico eterno dell’Occidente e dei suoi valori, colpevole di aver violato una nazione sovrana. È vero, qualcosa bisogna farlo, certamente.

Poi, quando perfino l’America — che aveva inizialmente sostenuto quel conflitto — ha cambiato improvvisamente narrazione, l’Europa non ha saputo cosa fare. Coinvolta fino al collo nella difesa, non poteva più ribaltare la propria favola senza smascherarsi; e così ha continuato a recitarla, docile colonia e cane addestrato, inseguendo una narrazione già screditata. Una favola incoerente, traboccante di errori, incomprensioni, analfabetismi. Nulla di nuovo: è solo la conferma che una narrazione tossica ha generato due pesi e due misure, due racconti opposti, due comportamenti opposti della vecchia Europa.

Nel primo caso, l’invasore era crudele, demoniaco, da fermare ad ogni costo. Persino l’arte del suo popolo andava silenziata: scrittori, registi, intellettuali colpevoli di non schierarsi contro il dittatore. Nel secondo caso, invece, le vittime erano sotto attacco. E siccome quelle vittime avevano già patito la più grande tragedia del mondo civile e razionale, bisognava appoggiare ogni loro mossa, anche la più disumana. Perché erano di nuovo le vittime, e tanto bastava.

Non importa che ci sia di mezzo l’ultra-destra o un programma di cancellazione di una nazione. Sono chiacchiere da volantino. Quello che conta è il racconto binario: da una parte il dittatore sanguinario da abbattere, dall’altra la vittima sacralizzata, sostenuta anche quando diventa carnefice. Cambia l’ordine degli addendi, ma il risultato non cambia: ci sono sempre vittime, e le vittime esistono da entrambe le parti. Nessuno viene risparmiato. Non esiste guerra giusta. Non esiste neppure l’illusione di fermare una guerra schioccando le dita.

Una volta che l’Occidente ha deciso di prendere sul serio l’adagio di Clausewitz — “la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi” — il gioco è fatto. La narrazione va portata avanti, il mito del sangue va alimentato. E allora lo stato d’eccezione di Carl Schmitt diventa norma, regola assoluta e permanente. Avviato, eccede ogni misura. Non importa quante vite verranno spente, né quanto peserà il contraccolpo economico: il potere deve custodire la propria menzogna. È una politica di facciata, immersa nello spettacolo.

Non si fanno nomi, non si cercano colpevoli, perché siamo tutti colpevoli. Persino io che scrivo. Perché sto in una casa calda, perché stasera mangerò il polpettone preparato da mia madre, perché sono prigioniero della società dello spettacolo, con il mio smartphone di ultima generazione, con i miei telefilm serali. Non sono sotto le bombe. La mia casa è solida. Il peggio che possa capitarmi, e che forse mi merito, è di morire in un attacco terroristico innescato anche da noi, che stiamo contribuendo a cancellare intere nazioni.

Ma le identità non si cancellano. Resistono, si riorganizzano. La vendetta è santa, inesorabile. Tutto procede secondo un realismo secco, procedurale. Il potere non può farci nulla: i potenti hanno un’età che li condanna a breve, ma i loro danni sopravvivranno. Il quadro non è consolante, è devastante, tanto sul piano ideologico quanto su quello morale. È un periodo oscuro.

Forse è un ricorso storico. Forse il mondo ha bisogno di una grande tragedia per capire che si sta autoestinguendo. Non per colpa dell’intelligenza artificiale, ma per le proprie scelte scellerate, per aver perso contatto con la realtà, per aver preferito il complotto alla scienza, la favola alla verità. Per aver dimenticato che una vita vale più di ogni ideologia, più di ogni guerra santa. Perché la guerra santa può dirsi tale solo se si compie nel dialogo. E il dialogo ha senso solo quando entrambe le parti lo vogliono, quando esistono valori comuni, assi di senso condivisi.

Il resto è silenzio. Ed è forse l’unica cosa che ci resta. Reimparare la solitudine che abbiamo perduto. Tornare alla follia che l’arte ci indica. Oggi abbiamo un bisogno disperato di arte, dei suoi valori, delle sue direzioni. Solo l’arte e le lettere possono darci risveglio. Forse, quando questa civiltà capitalistica sarà azzerata, quando saremo costretti a costruire di nuovo candele dalla cera con le nostre mani, in un medioevo tecnologico, ci sarà ancora possibilità di dialogo.



Io probabilmente non vedrò nulla di questo. Morirò con i fascisti al governo e con una civiltà che ha smarrito il suono. Ma confido che nasceranno ancora quei quattro o cinque pazzi capaci di spostare la realtà, di rompere la favola e tracciare nuove direzioni. Perché questa civiltà non esiste più: l’Occidente è solo una fiaba che ci siamo raccontati per continuare a dormire nei nostri letti.


Sulla immagine

Rei Ayanami, capelli lunghi, assorta nella lettura di Homo Sacer di Giorgio Agamben, con una candela accesa accanto: la nuda vita nello stato d’eccezione, fragile luce nel blu della notte.

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