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Parousia del divo

Bette Davis e la fine del sistema

di Riccardo Bernini



Il divismo nasce e muore nello stesso istante.

Il suo evento non si dispiega nel tempo, ma lo interrompe. È una parousia, un’apparizione teologica che coincide con la rivelazione della sua stessa impossibilità. Da quel momento in poi, il sistema dello spettacolo non è più lo stesso. È destinato al collasso.

Questa cesura ha un nome: Bette Davis.

Nel momento in cui Davis impone il riconoscimento dell’attore non come funzione produttiva, ma come emanazione tragica, si compie il gesto fondativo che strappa il cinema al suo statuto d’intrattenimento. L’attore non è più “impiegato degli studios”, sostituibile, vendibile, ruotabile come una figurina. L’attore è epifania della presenza, corpo tragico che discende direttamente dalla tradizione teatrale greca, dalla maschera dionisiaca, dal logos che si fa carne.

In questo gesto, Davis non intendeva sovvertire il sistema: ne anticipava la fine. Aveva compreso, con precisione preontologica, che il sistema degli studios, fondato sulla replicabilità industriale del volto, era destinato alla disgregazione. Ma ciò che doveva sopravvivere era il corpo dell’attore come portatore di destino. Per questo ha alzato la posta: non chiedeva più rispetto contrattuale, ma riconoscimento ontologico.

Da quel momento, il divo non è più una persona, né un mestiere. È un ente trascendente, un corpo che non recita, ma accade.
Come Dio procede dal Padre – non per volontà, ma per generazione – così il divo procede dallo spettacolo come una ipostasi: è immagine che non può più essere riportata alla macchina produttiva che l’ha resa visibile. È fuori scala. E dunque va pagato, non per quello che fa, ma per ciò che è.

La conseguenza è devastante: il sistema implode, proprio mentre l’attore si libera. Il divismo non si sviluppa: scoppia. Non ha sviluppo lineare, ma struttura apocalittica. Ecco perché la sua origine è anche la sua fine. Nessuno potrà più essere Bette Davis, perché Bette Davis è l’unica che ha detto no a nome dell’attore tragico, nel cuore della macchina hollywoodiana.

Ogni attore che ha coscienza di sé, da allora, è figlio di quella rivolta.

Il cinema – e con esso lo spettacolo tutto – non ha ancora smesso di elaborare le conseguenze di questo gesto.
La sua voce, il suo volto, la sua postura non appartengono più al tempo degli studios: sono diventati liturgia.
La Davis non recitava: celebrava.



E se oggi l’attore ancora esiste, lo si deve a quel momento:
la sua epifania coincideva con la sua redenzione.


Bette Davis
Emanazione tragica dell’immagine

Nome completo: Ruth Elizabeth Davis
Nascita: 5 aprile 1908, Lowell, Massachusetts, USA
Morte: 6 ottobre 1989, Neuilly-sur-Seine, Francia
Professione: Attrice
Attiva: 1931 – 1987
Studi: Cushing Academy; John Murray Anderson School for the Dramatic Arts
Debutto cinematografico: Bad Sister (1931)
Film capitale: Jezebel (1938), Now, Voyager (1942), All About Eve (1950), What Ever Happened to Baby Jane? (1962)
Riconoscimenti principali:
– 2 Premi Oscar (su 10 nomination)
– 1 Coppa Volpi alla Mostra di Venezia
– Prima donna presidente dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences (dimessasi per protesta)

Non attrice, non diva, non star.
Presenza. Volontà. Icona. Giudizio.



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