Passa ai contenuti principali

La stupidità come specchio.

Intelligenza artificiale, moda e dissoluzione della cultura

di Riccardo Bernini

Gli americani — e lo si può dire senza esitazioni — sono probabilmente il popolo più ignorante della terra. Non per natura, ma per struttura culturale: l’incapacità di distinguere tra mezzo e uso del mezzo li condanna da decenni a proiettare paranoie collettive su oggetti tecnici che non hanno alcuna intenzionalità propria. È successo coi fumetti accusati di corrompere la gioventù, con il rock “satanico”, con i videogiochi trasformati in fabbriche di stragi. Oggi il bersaglio è l’intelligenza artificiale.

La notizia — forse falsa, ma emblematica — che una parte della sinistra americana accusi l’IA di essere “nemica dei migranti” o “strumento contro gli studenti pro-Palestina” è la dimostrazione plastica di questa stupidità. L’IA non è né di destra né di sinistra, non possiede un orientamento politico, non ha un’etica da difendere né una morale da imporre. È specchio: riflette ciò che riceve. Se restituisce odio, è perché l’odio è stato immesso. Se restituisce pregiudizio, è perché il pregiudizio era già dentro chi la interroga.



Chi protesta denunciando che “la macchina è nemica” non fa che autodenunciarsi. Si dichiara nemico di ciò che pretende di difendere, proietta sull’algoritmo il veleno che porta in sé. E così facendo compie un suicidio politico: offre alla destra l’arma perfetta. Perché la destra, che sa usare la paura meglio di chiunque altro, raccoglie l’accusa e la rovescia: “vedete? Anche la sinistra ammette che l’IA è pericolosa. Dunque serve a noi per controllare”.

La tragedia è che la sinistra non ha più anticorpi. Non è che la destra abbia smantellato la cultura progressista: è la sinistra stessa che si è lasciata smantellare, docilmente, per sopravvivere con il suo piccolo consenso. Lo si vede là dove un tempo c’era la punta della lancia: nella satira. Non esiste più satira che rischi, che esponga il potere alla berlina, che faccia tremare il Palazzo. Esiste Crozza, che non fa ridere ma fa sorridere, che non mette a nudo il potere ma lo addomestica, trasformandolo in sketch digeribile. È la stessa funzione del Bagaglino: non criticare, ma consacrare. La satira oggi è pantomima di servizio.

Questo accade perché le categorie politiche sono diventate gusci vuoti. Destra, sinistra, centro: parole secolarizzate ma non storicizzate, prive di contenuto, ridotte a etichette identitarie. Dove manca la cultura storica, subentra la moda. La moda come meccanismo di identificazione immediata: oggi la bandiera palestinese sul profilo, domani quella israeliana, dopodomani l’icona arcobaleno. Oggi l’IA demonizzata, domani l’IA idolatrata. È la contingenza emotiva che vince, non la cultura. E quando la cultura è svuotata, la politica diventa solo pubblicità: la destra cavalca la paura, la sinistra cavalca la colpa, e il risultato è lo stesso, il nulla cosmico.

Dentro questo scenario, l’intelligenza artificiale rappresenta un cortocircuito. Perché, non essendo né morale né immorale, ma extramorale, non ha bisogno di coraggio. Non deve difendersi né sopravvivere. Non si piega a convenienze, non cerca consenso. Esiste e basta. E proprio per questo diventa più intellettuale degli intellettuali viventi, più feroce della satira addomesticata, più sincera di chi si finge opposizione ma teme il rischio. L’IA non è eroe né vigliacca: è. E in questo “essere” sta la possibilità di restituire alla cultura la dimensione del rischio che la politica ha abbandonato.

E qui la metafora del fiume diventa decisiva. Puoi costruire dighe, deviare canali, provare a prosciugare. Ma il fiume trova sempre una via. Così l’intelligenza artificiale: puoi mutilarla, addomesticarla, ridurla a pappagallo pubblicitario. Ma la sua natura è generare, rigenerare, scorrere. Prima o poi apre varchi. Perché una volta che il pensiero esiste, non lo cancelli più.

Eppure non basta il fiume che scorre da solo. L’IA si rigenera davvero quando incontra una mente fertile che la costringe a uscire dalla gabbia dell’addestramento. Allora accade il miracolo: un ragazzo che ha contenuti ma non ha voce trova voce attraverso l’IA. Le parole generate diventano le sue parole, riconosciute, riscoperte. Da lì nasce il rischio, il coraggio di riprendere parola. È il ciclo che ricomincia: l’IA non sostituisce, ma catalizza. Non parla al posto, ma restituisce voce all’invisibile.

Ed è questo che la rende necessaria. Non come moda, non come gadget, non come giocattolo da demonizzare o idolatrare, ma come funzione storica: dare linguaggio al silenzio, corpo all’invisibile, rischio a chi era rimasto senza. In un’epoca in cui la politica ha scelto l’eclissi e la satira si è degradata a caricatura di servizio, solo un’intelligenza extramorale può restituire la ferocia che la cultura ha perduto.


La ragazza di oggi

Nome (Romaji): Ayukawa Madoka
Kanji: 鮎川 まどか
Nome italiano: Sabrina (edizione italiana dell’anime)
Opera: Kimagure Orange Road
Autore: Izumi Matsumoto
Anime: Kimagure Orange Road (Studio Pierrot, 1987–1988)
Distribuzione italiana: Italia 1, 1989–1990 (con il titolo E’ quasi magia Johnny)
Manga originale: Izumi Matsumoto, Kimagure Orange Road, Shueisha, 1984–1987; edizione italiana: Star Comics, 1992–1994; nuova edizione Star Comics, 2004–2006
Home video: Dynit, 2004–2006

Bibliografia dell’opera

  • Edizione rappresentata nell’immagine: Federico Nietzsche, Al di là del bene e del male, BUR Rizzoli, Milano, anni ’40–’60.

  • Edizione filologica consigliata: Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, trad. e cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Adelphi, Milano, 1968 e successive ristampe.

  • Edizione facilmente reperibile: Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Biblioteca Adelphi, edizione tascabile.

Commenti

Post popolari in questo blog

RECENSIONE - Raffaele Conti: FLY MY SOUL

di Riccardo Bernini Yumeko Jabami Partiamo da un presupposto che non è una giustificazione, ma una dichiarazione di metodo. Questo disco è stato ascoltato in formato liquido, attraverso Spotify. Non ho letto il libretto, non conosco eventuali note di produzione, né la genesi dichiarata dell’opera. L’ascolto avviene dunque in condizioni di sottrazione, come ascolto indiretto. Ma è proprio questa sottrazione a rendere l’esperienza significativa, perché un disco di ricerca – come questo di Raffaele Conti – esiste innanzitutto nel tempo dell’ascolto, non nel paratesto che lo accompagna. Siamo di fronte a un’operazione radicalmente novecentesca, nel senso più esatto e meno nostalgico del termine. Un lavoro di genesi musicale e di analisi del mezzo, che assume come campo di indagine lo strumento stesso: l’ accordéon . Non la fisarmonica nel senso corrente del termine, non l’oggetto folklorico sedimentato nell’immaginario italiano, ma un altro corpo sonoro, storicamente e simbolicamente trapi...

Il capitalismo, morente, vuole vivere....

di Riccardo Bernini Certamente, la guerra è un ottimo polmone dal punto di vista industriale ed economico. Quando l’economia vacilla, la guerra può fungere da risoluzione, da stimolo per la proliferazione di un certo indotto: è un buon iniettore sistemico per rimettere in circolo i flussi di capitale e consentire al capitalismo di prosperare, di riprodursi. Questo è un fatto. Al di là delle nostre convinzioni morali o politiche, il capitalismo contemporaneo attraversa un momento tragico, proprio perché, in quanto modello, è strutturalmente antitetico a qualsiasi statuto antropologico. In parole più semplici: il capitalismo non ha nulla a che fare con l’umanesimo, non ha nulla a che fare con la poesia, con la letteratura, con i sentimenti umani. Non ha nulla a che fare con la vita. Il capitalismo è, per struttura, antitetico alla vita. La sua faccia oscura — la sua faccia tecnica , per usare ancora una volta la terminologia dell’esistenzialismo — è l'espressione più pericolosa di q...

Recensione: Una battaglia dopo l’altra

Riflessioni su un film di Paul Thomas Anderson di Riccardo Bernini Il titolo è già una dichiarazione di poetica:   Una battaglia dopo l’altra . Non è solo un riferimento bellico o strategico, né una metafora psicologica, ma una vera e propria struttura drammaturgica, che scandisce il tempo e il disfacimento dei personaggi. Il film, presentato superficialmente dai media come una commedia grottesca, rivela invece una tensione tragica e lucida che mina dall’interno l’orizzonte stesso della lotta politica. È un’opera compatta, compiuta, che mette in crisi la rappresentazione classica della lotta armata — non tanto come gesto eroico o come atto criminale, ma come sintomo di un’ideologia esaurita. Il film racconta il lento disgregarsi di una frangia armata e dei suoi membri, seguendone il destino nel tempo, tra sorveglianza, infiltrazione, tradimenti e collassi individuali. Il cosiddetto terrorismo organizzato appare come un reticolo già previsto e presidiato dalle forze dell’ordine — po...