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Visualizzazione dei post da 2025

RECENSIONE - Raffaele Conti: FLY MY SOUL

di Riccardo Bernini Yumeko Jabami Partiamo da un presupposto che non è una giustificazione, ma una dichiarazione di metodo. Questo disco è stato ascoltato in formato liquido, attraverso Spotify. Non ho letto il libretto, non conosco eventuali note di produzione, né la genesi dichiarata dell’opera. L’ascolto avviene dunque in condizioni di sottrazione, come ascolto indiretto. Ma è proprio questa sottrazione a rendere l’esperienza significativa, perché un disco di ricerca – come questo di Raffaele Conti – esiste innanzitutto nel tempo dell’ascolto, non nel paratesto che lo accompagna. Siamo di fronte a un’operazione radicalmente novecentesca, nel senso più esatto e meno nostalgico del termine. Un lavoro di genesi musicale e di analisi del mezzo, che assume come campo di indagine lo strumento stesso: l’ accordéon . Non la fisarmonica nel senso corrente del termine, non l’oggetto folklorico sedimentato nell’immaginario italiano, ma un altro corpo sonoro, storicamente e simbolicamente trapi...

La disfatta degli intellettuali

di Riccardo Bernini È impossibile non notare quanto il panorama intellettuale italiano si trovi oggi in uno stato di prostrazione. Gli esponenti delle generazioni precedenti continuano a ragionare secondo paradigmi fossilizzati: la televisione, la radio, la stampa — i vecchi mezzi del cosiddetto "quarto potere" — restano per loro i luoghi esclusivi del dibattito, i pulpiti da cui pronunciare sentenze, come se nulla fosse mutato nella struttura stessa della comunicazione. Eppure, ciò che risulta più grave non è tanto l’arretratezza dei mezzi, quanto la sterilità dello sguardo. Sotto l’egida di un presunto liberalismo — che si richiama alla libertà di espressione solo per screditare ogni forma di dissenso reale — molti di questi intellettuali si abbandonano a una derisione sistematica dei nuovi scenari internazionali. Non argomentano: irridono. Non cercano la verità: la disinnescano con la retorica. E in questo gesto, che è insieme codardo e prepotente, si svela un tratto inqui...

Una lenta capitolazione

di Riccardo Bernini Lasciamo che trionfi la destra. E non soltanto la destra parlamentare, ma la sua espressione più compatta e pulsionale: l’estrema destra. Quella che si propone non come forza di gestione, ma come torsione regressiva, come desiderio d’ordine, come ritorno al principio. È giusto così. È logicamente conseguente. Perché una democrazia è tale anche quando – con meticolosa coerenza – vota contro se stessa. Se l’elettore medio desidera lo Stato punitivo, lo Stato identitario, lo Stato cieco, allora lo Stato deve accoglierlo nella sua forma più nuda. Non più una “democratura”, ma un dispositivo reale di repressione. Non una pantomima autoritaria, ma un assetto compiuto, disciplinare, compatto. L’Italia non solo lo merita: lo desidera. Pasolini aveva visto giusto. L’italiano medio non è solo un prodotto, ma un agente. Non subisce la mutazione antropologica: la genera. Non patisce la modernizzazione: la celebra nei suoi esiti più servili. E non si oppone alla violenza sistemi...

Recensione: Una battaglia dopo l’altra

Riflessioni su un film di Paul Thomas Anderson di Riccardo Bernini Il titolo è già una dichiarazione di poetica:   Una battaglia dopo l’altra . Non è solo un riferimento bellico o strategico, né una metafora psicologica, ma una vera e propria struttura drammaturgica, che scandisce il tempo e il disfacimento dei personaggi. Il film, presentato superficialmente dai media come una commedia grottesca, rivela invece una tensione tragica e lucida che mina dall’interno l’orizzonte stesso della lotta politica. È un’opera compatta, compiuta, che mette in crisi la rappresentazione classica della lotta armata — non tanto come gesto eroico o come atto criminale, ma come sintomo di un’ideologia esaurita. Il film racconta il lento disgregarsi di una frangia armata e dei suoi membri, seguendone il destino nel tempo, tra sorveglianza, infiltrazione, tradimenti e collassi individuali. Il cosiddetto terrorismo organizzato appare come un reticolo già previsto e presidiato dalle forze dell’ordine — po...

DUSE (2025) di Pietro Marcello

“In voi vedo tutte le donne del mondo”. Una dichiarazione che ricorda lo sguardo di Brodskij di fronte ad Achmatova di Riccardo Bernini Il film di Pietro Marcello dedicato a Eleonora Duse, in apparenza curato e persino raffinato in alcuni  passaggi, rivela però fragilità decisive che lo fanno fallire in pieno. Prima di tutto, non rende giustizia alla materia: la figura della Duse sfugge completamente al regista, sia sul piano storico che su quello artistico. Marcello, anziché penetrare la realtà con uno sguardo situazionista, sceglie la via più rassicurante del biografismo, e così priva la Duse di qualsiasi dimensione rivoluzionaria. Gli attori evocati come comprimari — Ermete Zacconi e Memo Benassi, colonne indiscusse del teatro italiano e mondiale — vengono trattati con superficialità estrema: non sono veri personaggi, ma figure ornamentali, quasi comparse. Lo stesso accade alla protagonista. La Duse interpretata da Valeria Bruni Tedeschi appare come una caricatura di attrice sen...

Cronenberg e l’osceno del reale

O dell’ultimo cinema come esperienza oracolare di Riccardo Bernini Ci troviamo di fronte a un’opera capitale, un film che sfida la narrazione e si propone come evento filosofico: un’apertura, nel senso kierkegaardiano, al concetto stesso di annuncio. Non un messaggio da decifrare, ma un   pungolo nella carne , un lutto irriducibile, un gesto che non consola. L’ultimo Cronenberg (e non importa nemmeno quale film sia, perché qui si parla di gesto e non di titolo) si impone come opera spiazzante, volutamente sfilacciata, apparentemente incoerente. A una lettura superficiale potrebbe sembrare il frutto senile di un regista che ha smarrito il senso della narrazione, che lavora per accumulazioni disarticolate, senza finale né risposte. E invece, nel suo rifiuto del senso, Cronenberg compie un atto di assoluta lucidità: mostra ciò che non può essere ricondotto, ciò che non può essere giustificato. Nessun ritorno, nessuna presa per mano. Solo esposizione. Il film non accompagna: si offre c...

Filosofi da vetrina, pensiero da discount

Contro la Netflixizzazione della filosofia di Riccardo Bernini Viviamo in un’epoca in cui tutti parlano di filosofia, ma nessuno pensa. In cui la parola   filosofo   è diventata un’etichetta da supermercato, una posa ben costruita, un travestimento da indossare sul palco, una figura che ha perduto ogni contatto con il concetto e ha venduto la propria dignità all’algoritmo. Non si è più filosofi perché si pensa, ma perché si appare. Non si è più filosofi perché si rischia il linguaggio, ma perché si hanno abbastanza follower per legittimare una casa editrice. Il filosofo oggi è un prodotto da intrattenimento, una voce che commenta tutto e non produce nulla, un acrobata del format. Ma la verità è che non si può essere filosofi nei tempi morti tra due podcast. Non si può essere filosofi con l’agenda piena di conferenze vendute al pubblico pagante. Non si può essere filosofi se si è troppo occupati a spiegare ogni cosa, a trasformare ogni fatto in contenuto. Il filosofo autentico ...

Venezia: il mondo e poi l’Occidente

Dispaccio clandestino da Venezia (Runa, corrispondente senza accredito) «Dentro applaudono i morti, fuori io prendo nota. La madrina parla di “spazio protetto”, e intanto il cinema muore soffocato sotto i velluti. Qui non c’è nulla da proteggere: è un cadavere imbellettato. Ho in mano Toynbee:   The World and the West . Lo sfoglio come un’arma. Il mondo   e poi   l’Occidente. Ma qui dentro è tutto rovesciato: l’Occidente   è   il mondo, il resto è niente. Palestina, Ucraina, guerre dimenticate: fuori campo, rimosse, espulse. In sala restano lacrime a comando e applausi cronometrati. Fanelli recita, Cortellesi illude, Venezia certifica. Non sono colpe individuali, sono pezzi dello stesso ingranaggio. È il bonifico che detta il copione: se parli, sparisci; se taci, lavori. È così che il cinema diventa pedagogo borghese, maestro di emozioni addomesticate. Non mi confondo: qui non c’è arte, c’è anestesia. La Mostra è un dispositivo di rimozione, un festival-spettaco...