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RECENSIONE - Raffaele Conti: FLY MY SOUL

di Riccardo Bernini

Yumeko Jabami

Partiamo da un presupposto che non è una giustificazione, ma una dichiarazione di metodo. Questo disco è stato ascoltato in formato liquido, attraverso Spotify. Non ho letto il libretto, non conosco eventuali note di produzione, né la genesi dichiarata dell’opera. L’ascolto avviene dunque in condizioni di sottrazione, come ascolto indiretto. Ma è proprio questa sottrazione a rendere l’esperienza significativa, perché un disco di ricerca – come questo di Raffaele Conti – esiste innanzitutto nel tempo dell’ascolto, non nel paratesto che lo accompagna.

Siamo di fronte a un’operazione radicalmente novecentesca, nel senso più esatto e meno nostalgico del termine. Un lavoro di genesi musicale e di analisi del mezzo, che assume come campo di indagine lo strumento stesso: l’accordéon. Non la fisarmonica nel senso corrente del termine, non l’oggetto folklorico sedimentato nell’immaginario italiano, ma un altro corpo sonoro, storicamente e simbolicamente trapiantato nella cultura francese e mitteleuropea, portatore di un’anima differente. La fisarmonica, nella tradizione italiana, rimanda a un immaginario popolare preciso, spesso conciliato, riconoscibile, narrativo. L’accordéon, invece, non obbedisce a quelle dinamiche: è già uno strumento in esilio, uno strumento che porta in sé una frattura culturale.

Il disco compie allora un gesto fondamentale: costruisce un percorso che esplora dialetticamente le possibilità dello strumento, interrogandone la natura, i limiti, le resistenze. Conti lo affronta non come semplice interprete, ma come compositore che usa l’esecuzione per rivelare il mezzo stesso. In questo senso, il riferimento a John Cage e a Philip Glass non è ornamentale ma strutturale: come Cage ha spinto gli strumenti a corda verso la loro instabilità materiale, e come Glass ha ridiscusso l’idea stessa di repertorio orchestrale, qui l’accordéon viene condotto verso la sua essenza incerta, non pacificata.

Lo strumento porta con sé un immaginario denso e polveroso: i bistrot francesi, il suonatore di strada, l’organetto solitario, il one-man band che aspetta le monete in un cappello consunto. È l’immaginario del sognatore nutrito di cinema neoromantico, di una Parigi mentale fatta più di cliché che di esperienza. L’accordéon accompagna Édith Piaf, certo, ma proprio per questo, nell’orecchio dell’ascoltatore medio e distratto, resta prigioniero di una funzione decorativa, sentimentale, regressiva.

Il gesto di Conti è una sfida aperta a questo ascolto. Una sfida all’orecchio pigro, all’ascoltatore mediocre, ma soprattutto all’idea che la musica debba confermare ciò che già sappiamo. Qui l’ascoltatore è chiamato a fare un passo in avanti: a migliorare il proprio ascolto, a costruirsi un metodo, a cercare una significazione non nello stereotipo ma nel suono. In diversi passaggi il disco entra apertamente nel territorio della musica minimale e post-novecentesca, dove il suono si fa apologia del frammento, indagine dell’interiorità, vera e propria psicologia sonora.

Il riferimento a Glass e Cage resta dunque centrale, ma non come citazione: come postura. È musica non riconciliata, musica che chiede concentrazione, che sposta il baricentro dall’ascoltatore all’ascolto stesso. Non cerca il piacere, o meglio: sospende il piacere immediato in favore della meditazione. Chiede di sedersi, di restare, di attraversare il tempo del disco. Anche la scaletta, in questo senso, non è neutra: accompagna gradualmente l’ascoltatore verso uno stato di attenzione condivisa con l’esecutore.

Man mano che il percorso procede, la complessità tonale si intensifica e lo strumento viene condotto verso il proprio limite. Qui avviene qualcosa di decisivo: l’introspezione non riguarda più soltanto la musica, ma l’esecutore stesso, che si fonde con il mezzo. L’accordéon smette di essere strumento di accompagnamento e diventa racconto, ma un racconto che rifiuta ogni immagine preconfezionata. Rinuncia definitivamente all’immaginario da bistrot, ai fantasmi del cinema anni Quaranta, alle melodie francesi cristallizzate nella memoria collettiva.

Si entra così in una ricollocazione profonda, quasi antropometrica, dello strumento. La musica diventa indagine dell’esecutore che si espone, che si mette in gioco, che rischia persino di produrre repulsione. Ma è proprio in questo rischio che il disco afferma la propria verità: non esiste un destino naturale per uno strumento musicale. Esiste solo la sua messa in discussione. La realtà musicale non è data una volta per tutte, ma vive nell’interpretazione, nel conflitto con il mezzo, nella sua continua ri-fondazione.

Questo disco non chiede consenso. Chiede attenzione. E, soprattutto, chiede all’ascoltatore di accettare che l’accordéon – finalmente – non debba più rappresentare nulla. Solo suonare, e farsi interrogare.

La ragazza di oggi

Nome (Romaji): Jabami Yumeko
Kanji: 蛇喰 夢子
Nome internazionale: Yumeko Jabami
Opera: Kakegurui – Compulsive Gambler
Autore/Autrice: Homura Kawamoto (storia), Tōru Naomura (disegni)
Anime: Kakegurui (MAPPA, 2017–2019)
Distribuzione italiana: Netflix (streaming, 2018–presente)
Manga originale: Homura Kawamoto, Tōru Naomura – Square Enix (Gangan Joker, dal 2014); edizione italiana a cura di J-POP Manga

Link al disco: Raffaele Conti: Fly My Soul



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