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Visualizzazione dei post da gennaio, 2026

LA MASCHERA È IL VOLTO: il caso di Checco Zalone

Zalone non è il più grande. Non è il più puro. È il più resistente. Perché ogni tanto tradisce se stesso, ma non tradisce mai la maschera. Gli altri tradiscono sempre la maschera per salvare se stessi. Ed è lì che finiscono. di Riccardo Bernini La comicità non è un genere. È una   condizione del linguaggio . E come tutte le condizioni del linguaggio, o è viva oppure è morta. Non esistono vie di mezzo. L’errore più comune, soprattutto in Italia, è continuare a trattarla come una tradizione estetica, quando in realtà è una   zona di rischio ontologico : un punto in cui il linguaggio smette di rappresentare il mondo e inizia a incrinarlo. Da questo punto di vista, il problema non è quanti comici esistano oggi in Italia. Il problema è che   nessuno di loro è strutturalmente necessario . Sono intercambiabili, fungibili, sostituibili. Funzionano come caratteristi: imitano, interpretano, doppiando una realtà già data. Il caratterista è sempre “qualcuno che fa qualcuno”. Il comic...

IL BALSAMO E IL VUOTO. RECENSIONE de La Valle dei sorrisi di Paolo Strippoli

di Riccardo Bernini Il film aveva intravisto una verità scomoda: che viviamo in un mondo in cui il bene è diventato obbligatorio, la felicità una norma, il dolore un errore di sistema. Che chi sceglie di tornare a soffrire compie un atto etico radicale, oggi quasi impensabile. Che il sacro non consola, ma espone. C’è un momento, in   La valle dei sorrisi , in cui il film avrebbe potuto fermarsi. Non chiudersi: fermarsi. Restare sospeso. Quel momento è quando diventa chiaro che il dolore non è stato curato, ma redistribuito; non attraversato, ma spostato; non simbolizzato, ma anestetizzato. In quel punto il film aveva già detto tutto ciò che contava, senza bisogno di alcuna spiegazione ulteriore. Il ragazzo non guarisce. Funziona. Il paese non si salva. Si regge. Il professore non supera il trauma. Decide, per un istante decisivo, di tornarci dentro. Questa non è una storia di miracoli, ma di   farmacologia morale . Il potere del ragazzo non è sacro, perché non eccede l’ordine ...

Bugonia di Yorgos Lanthimos

L’autocritica vera non è dire “siamo cattivi”. È dire: “se siamo così, cosa facciamo adesso?” Bugonia elimina proprio questa domanda. Sostituisce la crisi con una sentenza. Sostituisce il conflitto con una soluzione cosmica. Sostituisce la politica con una teologia ecologica. Di Riccardo Bernini Bugonia   di Yorgos Lanthimos nasce in un momento storico in cui il cinema occidentale non solo ha smesso di sentirsi colpevole, ma ha imparato a trasformare la colpa in un dispositivo estetico innocuo. L’Occidente sa di stare distruggendo il pianeta, sa di vivere dentro un sistema predatorio, sa di essere responsabile del proprio disastro. Ma ha trovato un modo raffinato per non attraversare questa consapevolezza fino in fondo: trasformarla in racconto, in allegoria, in ironia. Bugonia è uno dei prodotti più compiuti di questa strategia. Dopo   Kinds of Kindness   (2024), che ancora metteva in scena una serie di esperimenti etici sull’obbedienza, la dipendenza e la violenza, Lant...