Zalone non è il più grande. Non è il più puro. È il più resistente. Perché ogni tanto tradisce se stesso, ma non tradisce mai la maschera. Gli altri tradiscono sempre la maschera per salvare se stessi. Ed è lì che finiscono.
di Riccardo Bernini
La comicità non è un genere. È una condizione del linguaggio. E come tutte le condizioni del linguaggio, o è viva oppure è morta. Non esistono vie di mezzo. L’errore più comune, soprattutto in Italia, è continuare a trattarla come una tradizione estetica, quando in realtà è una zona di rischio ontologico: un punto in cui il linguaggio smette di rappresentare il mondo e inizia a incrinarlo.
Da questo punto di vista, il problema non è quanti comici esistano oggi in Italia. Il problema è che nessuno di loro è strutturalmente necessario. Sono intercambiabili, fungibili, sostituibili. Funzionano come caratteristi: imitano, interpretano, doppiando una realtà già data. Il caratterista è sempre “qualcuno che fa qualcuno”. Il comico vero, invece, è qualcosa che rompe.
Il caratterista muore perché è figlio del contesto. Il comico resta perché distrugge il contesto che lo ospita. Non lo critica: lo rende inservibile.
È qui che va collocato Checco Zalone. Non come “migliore”, non come “più raffinato”, ma come più impenetrabile. È campione di incasso non perché piaccia a tutti, ma perché attraversa tutti. Viene odiato dagli intellettuali, ma non può essere ignorato. E soprattutto: non chiede mai di essere capito. Incassa, esiste, ritorna. Questo è un dato politico prima ancora che economico.
La sua intelligenza non sta solo nei testi o nelle canzoni, ma in una scelta radicale: non togliere mai la maschera. Zalone non è un personaggio che Luca Medici indossa. È una maschera che ha abolito Luca Medici. Non esiste backstage, non esiste confessione, non esiste “vera persona” a cui appellarsi per salvarsi moralmente. Anche fuori dal palcoscenico, Zalone recita. O meglio: è.
Questa continuità assoluta tra scena e vita è una forma di controllo maniacale, sì. Ma è anche l’unica strategia possibile per non essere neutralizzati. Gli altri comici hanno un dentro e un fuori. Prima o poi il fuori li tradisce. Diventano opinionisti, persone normali, cittadini che spiegano cosa “intendono davvero”. A quel punto la comicità muore. Zalone no. La finzione non cede mai il passo alla realtà perché la realtà è stata inglobata nella finzione.
Lo sketch dello “zio Michele” è il punto in cui questa strategia tocca qualcosa di più profondo. Lì avviene una frattura vera. “Zio Michele da Avetrana, professione zio” è una definizione impossibile accettata come dato amministrativo. Il dolore diventa funzione di audience. La cronaca diventa palcoscenico. La cucina televisiva irrompe come paraculata terminale: la ricetta cambia continuamente genere, gli ingredienti slittano, il discorso continua a funzionare mentre il significato evapora. In mano c’è una cipolla, ma si parla di aglio. Nessuno lo segnala. Nessuno corregge.
Questo non è nonsense decorativo. È nonsense strutturale. È lo stesso meccanismo dei Monty Python: non la battuta, ma il collasso dei generi, l’instabilità ontologica del mondo. Se Zalone avesse portato questa logica fino in fondo, senza rientrare, senza rassicurare, avrebbe davvero rifondato la comicità italiana. Non lo ha fatto. Non poteva farlo. Non perché non ne fosse capace, ma perché in Italia rifondare non è possibile.
La differenza storica è netta. I Monty Python hanno potuto rifondare perché hanno operato in un vuoto sorvegliato male. La BBC non presidiava le prove. Il pubblico guardava senza capire, per inerzia. L’Inghilterra non possedeva ancora l’alfabeto per decodificarli, ma possedeva la biblioteca per rileggerli dopo: Edward Lear, The Book of Nonsense, Lewis Carroll. Il nonsense era nel DNA letterario, anche se non ancora nel senso comune.
In Italia, negli anni Sessanta, questa possibilità esisteva ancora. Totò era una grammatica mutante, proteiforme, non un personaggio. Walter Chiari, nel solco dei De Rege, in Vieni avanti cretino, incarnava un errore ontologico, non un tipo sociale. Quella comicità cabarettistica astratta era rivoluzionaria, anche se nessuno lo sapeva allora. Ma erano lampi, non genealogie. Non sono mai diventati alfabeto. Nessuna canonizzazione del nonsense come forma alta. Solo corpo, scena, voce. Magnifico, ma fragile.
Quando il corpo sparisce, la grammatica evapora. A quel punto la commedia diventa identità nazionale da proteggere. Viene blindata. Sorvegliata. Corrotta non moralmente, ma strutturalmente. Da linguaggio di rischio diventa ammortizzatore sociale.
Chi tenta davvero di rifondare viene espulso. Teo Mammucari con Streghe verso nord è l’esempio più chiaro: film sbagliato nel modo giusto, assurdo, irriducibile, non riconciliabile. Con la presenza spettrale e potentissima di Pasquale Panella, quel film parla per brevi tratti da un altro mondo. Non poteva sopravvivere. E infatti è stato fatto evaporare.
Da qui la distinzione decisiva: il caratterista non è un comico. Maccio Capatonda è intelligente, raffinatissimo, ma resta nella parodia. Doppiatore, imitatore, simulatore. Non può dire “beata sia la Germini perché sa fare bene i...”, non può tagliare il cordone morale. Elio e le Storie Tese sono parodisti geniali, non comici radicali: smontano i generi, non il mondo. La stand-up italiana, per quanto brillante, non aggredisce il potere perché non può affondare la nave su cui galleggia. Shock controllato, cattiveria compatibile, nessuna autodistruzione.
E qui la formula finale si impone con chiarezza: il comico, per essere comico, deve autodistruggersi. Non sparire, ma rendere impossibile la propria canonizzazione. Lasciare solo macerie. Rendere il sistema nervoso, instabile, insicuro.
Zalone non è il più grande. Non è il più puro. È il più resistente. Perché ogni tanto tradisce se stesso, ma non tradisce mai la maschera. Gli altri tradiscono sempre la maschera per salvare se stessi. Ed è lì che finiscono.
In un’epoca che metabolizza tutto, l’impenetrabilità è una forma di eternità.
La ragazza di oggi
Maya Kitajima
Nome (Romaji): Kitajima Maya
Kanji: 北島 マヤ
Nome internazionale: Maya Kitajima
Opera: Glass Mask (Garasu no Kamen)
Autrice: Suzue Miuchi
Anime:
Glass Mask – prima serie (Tokyo Movie Shinsha, 1984–1985)
Glass Mask – seconda serie (TMS Entertainment, 2005–2006)
Distribuzione italiana:
La prima serie anime (Glass Mask, 1984–1985) è stata pubblicata in DVD in Italia da Yamato Video, con edizione ufficiale e successiva ristampa.
La serie non è stata trasmessa regolarmente in televisione in Italia.
Manga originale:
Suzue Miuchi, Glass Mask, Hakusensha (Giappone, dal 1976, in corso)
Edizione italiana del manga:
Il grande sogno di Maya, Star Comics (Italia)
(la serie è stata ripresa e stabilizzata da Star Comics dopo le prime pubblicazioni parziali degli anni Novanta)
Home video:
– Italia: Glass Mask (prima serie anime), DVD, Yamato Video
– Giappone: edizioni DVD/Blu-ray delle due serie anime (TMS Entertainment)
Bibliografia dell’opera:
– Edizione consigliata (filologica): Glass Mask, Hakusensha, edizioni originali giapponesi
– Unica edizione reperibile: Il grande sogno di Maya, Star Comics, edizione italiana

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