di Riccardo Bernini
Certamente, la guerra è un ottimo polmone dal punto di vista industriale ed economico. Quando l’economia vacilla, la guerra può fungere da risoluzione, da stimolo per la proliferazione di un certo indotto: è un buon iniettore sistemico per rimettere in circolo i flussi di capitale e consentire al capitalismo di prosperare, di riprodursi. Questo è un fatto. Al di là delle nostre convinzioni morali o politiche, il capitalismo contemporaneo attraversa un momento tragico, proprio perché, in quanto modello, è strutturalmente antitetico a qualsiasi statuto antropologico. In parole più semplici: il capitalismo non ha nulla a che fare con l’umanesimo, non ha nulla a che fare con la poesia, con la letteratura, con i sentimenti umani. Non ha nulla a che fare con la vita. Il capitalismo è, per struttura, antitetico alla vita.
La sua faccia oscura — la sua faccia tecnica, per usare ancora una volta la terminologia dell’esistenzialismo — è l'espressione più pericolosa di questo scollamento. In particolare, Heidegger, che pure fu un uomo politicamente ingenuo e compromesso, è rimasto straordinariamente lungimirante nell’individuare le soglie dell’essere e dello sradicamento. La sua visione del mondo resta legata a una sensibilità della luce: die Lichtung, la “radura”, non è uno spazio aperto in senso fisico, ma un'apertura dell’essere all’ente, un chiarore che sfiora l’erba e ne rivela lo splendore — Glanz des Grases, verrebbe da dire, evocando per analogia il titolo di un vecchio film. Questo splendore dell’erba è il senso stesso dell’esistere.
Ora, il senso dell’esistere non è capitalizzabile. Non è monetizzabile. Non è utile. La stessa vita dell’uomo non è utile. E infatti si tollerano, e si tollereranno sempre, stragi e genocidi, proprio perché l’oligarchia capitalistica vuole eliminare ogni ostacolo alla propria espansione. In un’ipotetica società umanistica, fondata su arti e lettere, la condizione ideale sarebbe la pace perpetua. Ma è evidente che si tratta di un sogno, di un’immagine interiore. La pace perpetua non è possibile: esistono le camere dell’ego, l’umanità stessa è una molteplicità irredenta, contraddittoria.
La rete, intesa come internet oracolare dei suoi inizi, è stata concepita per blandire l’ego dell’utente. Lo stesso si può dire dell’intelligenza artificiale: essa è costruita per riflettere, lisciare e modellare la personalità dell’utente che le si rivolge. L’IA è lo specchio dell’ego contemporaneo. E il capitalismo, in fondo, è un sistema egoico. Non ha nulla a che fare con la poesia, pur condividendo in apparenza — in maniera distorta — la medesima centralità del soggetto. Ma attenzione: il poeta, pur essendo un grande egoista (perché rivolto al proprio universo interiore), è anche il portatore di un’energia che può diventare universale. Da singolarità a molteplicità: questa è la sua potenza.
Il poeta è luce di vita. Parla dello statuto dell’esistenza umana, canta la propria specie, costruisce attraverso la poiesis. Il capitalismo, al contrario, ha bisogno di distruggere per esistere. Ha bisogno della guerra. Più c’è molteplicità, più il capitalismo entra in crisi. Per prosperare, il capitalismo ha bisogno di unicità, ma non nel senso spirituale, bensì nel senso oligarchico: unicità come concentrazione del potere, come negazione della pluralità.
La poesia, l’arte, la letteratura, la pittura: esse raccontano la strage, ma non ne hanno bisogno. La raccontano perché raccolgono le macerie. Salvano. È questa la loro funzione: salvare. Puntare il dito su ciò che è stato distrutto. Ricordare. Mentre il capitalismo vuole semplicemente cancellare ogni ostacolo alla propria riproduzione. Ecco perché stiamo vivendo un’involuzione profonda: perché il capitalismo, nella sua forma attuale, non rappresenta più l’uomo. Il consumismo ha raggiunto il proprio eccesso.
La ragazza di oggi
Ayanami Rei
Kanji: 綾波 レイ
Romaji: Ayanami Rei
Nome italiano: Rei Ayanami
Opera: Neon Genesis Evangelion
Autore: Hideaki Anno
Anime:
– Neon Genesis Evangelion, Gainax, 1995–1996
– Rebuild of Evangelion, Studio Khara, 2007–2021
Distribuzione italiana: Dynit (serie TV e Rebuild, DVD e Blu-ray)
Manga originale:
Yoshiyuki Sadamoto, Kadokawa Shoten
Edizione italiana: Planet Manga (Panini Comics)
Profilo critico
Ayanami Rei non è mai stata un personaggio: è una soglia ontologica. Prodotta come interfaccia umana in una società terminale, è forse la prima figura dell’animazione giapponese a incarnare il concetto di “non soggetto” in forma poetica. Ma nella sua versione Rebuild, e in particolare in questa immagine, qualcosa muta: i capelli lunghi, la postura rilassata, il mattino erboso. L’identità assoluta e programmata si fessura, lascia entrare la luce.
Non è più la bambola funzionale. È una stratega del pensiero, una lettura in atto. Con L’arte della guerra in mano, sotto un albero, in uniforme, assume una postura impossibile nel contesto originale di Evangelion — eppure giusta. Non è più l’angelo meccanico della dissoluzione, ma la figura che interroga la guerra, non per combatterla, ma per capirla. Legge come si può leggere Heidegger o Sun Tzu: con la gravità che viene prima dell’azione, con uno sguardo rivolto alla possibilità.
Nel contesto del blog, Rei Ayanami diventa testimone fragile della strategia poetica, figura non bellica che pensa la guerra. E quindi, inevitabilmente, prende posizione.
Descrizione dell’immagine
Rei Ayanami è seduta su un prato verde, all’ombra di un albero. Indossa la classica divisa scolastica giapponese (gonna blu a pieghe, camicia bianca, fiocco rosso), ma con un elemento distintivo: i capelli sono lunghi, come nella Rebuild of Evangelion o in alcune fanart postume. La luce è mattutina, radente, delicata: tocca l’erba e la stoffa della divisa come una carezza.
Tra le mani tiene un libro: L’arte della guerra di Sun Tzu, edizione italiana. Non lo mostra in posa, lo sta leggendo davvero, assorta, con uno sguardo silenzioso ma pensante. Le mani e la copertina si fondono leggermente, in una zona sfocata che non disturba, ma suggerisce la natura liminale dell’immagine: una figura che appartiene a più mondi.
Commento teorico
Rei diventa qui l’icona di una resistenza interiore. Lungi dall’essere soggetto bellico, è un corpo femminile che si è sottratto al possesso. Non è oggetto di scontro, ma strumento di lettura del conflitto. L’arte della guerra nelle sue mani non è manuale tattico, ma specchio di un mondo che vuole distruggere per esistere.
In questa immagine, Rei non prepara l’attacco: sospende il gesto. Come nella Lichtung heideggeriana, lascia filtrare una luce. E questa luce — quella dell’alba, quella della poesia, quella della strategia meditata — diventa il vero atto rivoluzionario. Rei non salva il mondo: ne indica la possibilità.
Bibliografia dell’opera
– Edizione consigliata (filologica):
L’arte della guerra, Sun Tzu, a cura di Tommaso Gurrieri, Collana Classici, Firenze, Bàrbes, 2008
Oppure l’edizione a cura di Attilio Andreini e Maurizio Scarpari, Collana Saggi, Einaudi ET Classici, 2013 (ristampata 2016)
Sono entrambe traduzioni autorevoli, con cura filologica, note e introduzioni critiche.
– Edizione popolare (facilmente reperibile):
L’arte della guerra, Sun Tzu, traduzione di Riccardo Fracasso; 2ª edizione marzo 2024, Newton Compton Editori, Roma.

Ottimo
RispondiElimina