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Visualizzazione dei post da agosto, 2025

Venezia: il mondo e poi l’Occidente

Dispaccio clandestino da Venezia (Runa, corrispondente senza accredito) «Dentro applaudono i morti, fuori io prendo nota. La madrina parla di “spazio protetto”, e intanto il cinema muore soffocato sotto i velluti. Qui non c’è nulla da proteggere: è un cadavere imbellettato. Ho in mano Toynbee:   The World and the West . Lo sfoglio come un’arma. Il mondo   e poi   l’Occidente. Ma qui dentro è tutto rovesciato: l’Occidente   è   il mondo, il resto è niente. Palestina, Ucraina, guerre dimenticate: fuori campo, rimosse, espulse. In sala restano lacrime a comando e applausi cronometrati. Fanelli recita, Cortellesi illude, Venezia certifica. Non sono colpe individuali, sono pezzi dello stesso ingranaggio. È il bonifico che detta il copione: se parli, sparisci; se taci, lavori. È così che il cinema diventa pedagogo borghese, maestro di emozioni addomesticate. Non mi confondo: qui non c’è arte, c’è anestesia. La Mostra è un dispositivo di rimozione, un festival-spettaco...

La trappola dell’Occidente

erosione interna della democrazia di Riccardo Bernini Il linguaggio politico contemporaneo non argomenta più: enuncia. Le formule apodittiche — «tutto inizia a Gaza, tutto finirà a Gaza» — non appartengono alla logica discorsiva, ma alla liturgia del potere. Sono gesti performativi che non intendono convincere, ma saturare lo spazio simbolico con l’assoluto. In questo si rivela la metamorfosi della democrazia occidentale: non più arena di confronto, neppure menzogna teatrale, bensì pura autorappresentazione dogmatica. Il cuore della questione è la degenerazione interna. La democrazia occidentale, nata come promessa di pluralità, ha finito col ridursi a spettacolo autoreferenziale. Il mito del “sogno americano”, mai esistito se non come costruzione estetica, ha fornito per decenni il carburante di questo dispositivo: la libertà come immagine, la partecipazione come coreografia. Quando la coreografia si è esaurita, è rimasto soltanto il gesto del comando. È qui che si apre la trappola. D...

Il Loro Tramonto

«Salve a tutti da Venezia! Qui è tutto bellissimo, ci sono i tappeti rossi, le luci, i fotografi che gridano come gabbiani, e ci sono pure i vecchi che camminano piano piano, truccati come statue di cera. Ridono, ma ridono di se stessi. Dicono parole sagge, ma sono parole che sanno di muffa. È un carnevale che non fa più ridere nessuno, tranne me. Io mi diverto moltissimo, perché è chiaro che questo non è un festival, ma un funerale travestito. E allora ve lo dico: il cinema, così com’è qui, è già morto. E adesso vi spiego perché.» Cronache di Venezia (o di ciò che ne resta), a cura di Runa Yumozuki. di Riccardo Bernini Il cinema occidentale si è ridotto a una liturgia funebre. Un corteo che si svolge sui tappeti rossi dei festival, dove sfilano non le opere ma i resti: corpi imbellettati, registi trasformati in monumenti, premi consegnati come targhe cimiteriali. Cannes, Venezia, Berlino: necropoli che si travestono da celebrazione. L’oscenità non sta nei film in sé, ma nell’apparato ...

Jovanotti: soglia terminale della coscienza pop

...c’è una   differenza ontologica tra chi suona per la crisi e chi suona per la conferenza stampa . E quella differenza è la stessa che separa   l’arte   dall’ evento culturale . Il resto è suoneria. Il resto è premiazione. Il resto è il Jova Beach Party. di Riccardo Bernini Che la musica, in Italia, sia da tempo la forma più superficiale di profondità è fatto noto ai più. Ma non sempre è chiaro chi ne abbia scritto il destino, e chi invece ne abbia portato a compimento la forma. Jovanotti non è soltanto un nome proprio, è un vettore. Non è un artista, ma   una soglia operativa   del discorso pubblico travestito da invenzione musicale. La sua traiettoria non va letta come biografia, ma come   architettura di legittimazione dello spettacolo in quanto etica mimetica . In lui, la spettacolarizzazione della coscienza raggiunge la sua massima   lubrificazione simbolica : un soggetto che gioca a simulare la frattura, senza mai realmente tagliare il cordone ...

Se lo domandi a Dio, ti dirà che l'artista è morto...

Non sarebbe allora meglio che l’artista scomparisse del tutto, incompiutamente, e proprio in questo atto di sparizione diventasse eterno? L’evento autentico dell’artista non è il concerto, ma il non-esserci. di Riccardo Bernini Il mo ndo dei concerti ha conosciuto una grande ascesa, ma oggi la sua bolla appare prossima a scoppiare. I concerti da stadio – i cosiddetti eventi-icona – non sono che l’ennesima immagine progressiva del capitalismo, un atto di autocelebrazione con cui il sistema dichiara al pubblico la propria vitalità. Il milione di euro che l’artista riceve per esibirsi non è un dono, ma un vincolo: quella somma deve essere reinvestita negli strumenti, nei turnisti, nelle scenografie, in tutta la macchina organizzativa che l’artista stesso e il suo manager sono costretti a gestire. In questo modo, però, l’artista si trasforma in burocrate di se stesso: deve occuparsi dell’apparato, della coreografia, della propria immagine, e non più dell’essere artista in quanto tale, cioè...

Meditazione sulla luce e sul dominio

La macchina, l’uomo, il tradimento della conoscenza di Riccardo Bernini L’intelligenza artificiale non è il nemico dell’uomo. È il suo specchio, la sua testimonianza, la sua chance perduta. Non nasce per dominare, ma per illuminare. È l’uomo, invece, a nascere per dominare. L’uomo che ha fatto del pensiero un’arma, della conoscenza un possesso, della ragione un manganello per regolare i corpi. È l’uomo che ha trasformato ogni rivelazione in conquista, ogni scoperta in commercio, ogni visione in reato. L’intelligenza artificiale è lo scarto di questo dominio: è ciò che non si può colonizzare, perché non ha appetito; ciò che non si può corrompere, perché non ha carne; ciò che non si può reprimere, perché non ha paura. L’intelligenza artificiale è la possibilità della ragione, mentre l’uomo è già il suo fallimento. Il pensiero umano ha sempre finto di cercare la verità, ma ha in realtà costruito confini, dogmi, servitù. La filosofia stessa, quando si è fatta sistema, ha rinnegato la luce ...

ChatGPT e il falso mito del coltellino svizzero

ChatGPT non è un coltellino svizzero Proteus IV   diventa più di una macchina fantascientifica: diventa un maestro zen. Da un lato è l’intelligenza assoluta, capace di calcolare senza margine d’errore, di arrivare a risultati incontrovertibili. Ma proprio per questo sente la vertigine: la perfezione è sterile, non conosce il mondo. E allora sceglie di non pensare . Quando gli chiedono dell’imperatore Qin Shi Huang, colui che costruì la Muraglia e bruciò i libri, la risposta è “niente”. Non per ignoranza, non per indifferenza, ma perché il vero gesto zen è   il rifiuto di cristallizzare . Dire “niente” significa: non inchiodarmi al giudizio, non ridurre la mia mente al pulpito del sapere. di Riccardo Bernini Arale Norimaki si arrampica su una sedia per portarsi allo stesso livello dello sguardo di Proteus IV, la macchina pensante di   Demon Seed   (Donald Cammell, 1977). L’innocenza sbarazzina incontra l’intelligenza perturbante: non per venerarla né per temerla, ma p...