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La morte dello sguardo coloniale

Gaza, Ucraina e l’umanesimo che non ci appartiene più...


di Riccardo Bernini

L’annuncio dell’occupazione totale di Gaza da parte di Israele non è solo un fatto di cronaca militare. È qualcosa che ci costringe a guardare oltre la superficie degli eventi, perché non riguarda soltanto Gaza: riguarda noi. Rivela che lo sguardo con cui l’Occidente si è abituato a osservare il mondo — gerarchico, coloniale, convinto della propria centralità morale — è ormai in frantumi.

Non si tratta di prendere posizione politica, ma di misurare il collasso di un’idea: l’umanesimo europeo come linguaggio universale. Quello stesso linguaggio che oggi si rivela incapace di reggere l’urto della realtà che pretende di spiegare.


Gaza e Ucraina: due specchi dello stesso sguardo

Prendiamo due guerre che scorrono sotto i nostri occhi: Gaza e Ucraina.

Di fronte alla guerra in Ucraina, l’Occidente ha reagito con indignazione immediata. L’invasione è stata denunciata senza esitazioni, e il discorso dei diritti è stato attivato come un riflesso automatico: difesa della democrazia, condanna dell’aggressore, solidarietà alle vittime. Ma questa reazione è stata così pronta perché l’Ucraina ci appare vicina, culturalmente e geograficamente. È “quasi Europa”.

E Gaza? Qui il discorso cambia. I bombardamenti, le colonne di sfollati, gli ospedali al collasso non provocano la stessa mobilitazione morale. Si parla di aiuti, di “moderazione”, di trattative diplomatiche: non di indignazione, ma di gestione. Non di compassione attiva, ma di distacco amministrativo.

Questa differenza di sguardo non è casuale: è il segno che il nostro umanesimo è selettivo. Funziona solo quando la sofferenza ci somiglia, quando lambisce i nostri confini.


Il colonialismo dello sguardo

Oggi il colonialismo non passa più dalle truppe di occupazione, ma dagli occhi. È uno sguardo addestrato a distinguere vite degne e indegne di attenzione. Gaza non è solo un luogo sotto assedio: è il simbolo di una sofferenza che abbiamo imparato a relegare altrove, a trattare come dato statistico e non come ferita morale.

In questo senso, Gaza non è “un’eccezione”: è il prolungamento naturale delle vecchie linee coloniali. È ciò che accade quando continuiamo a considerare alcune zone del mondo come “periferie della storia”, mentre altre sono percepite come centro vitale da difendere.


L’imbarbarimento della politica

Questa disuguaglianza percettiva non è solo culturale, ma politica. L’Europa ha smesso di pensare la politica come un luogo di decisione e responsabilità: l’ha ridotta a gestione dell’inevitabile.

Parla di “emergenze umanitarie” e di “stabilizzazione”, ma ha perso il coraggio di un linguaggio etico universale. I diritti, proclamati come inviolabili, vengono difesi solo quando coincidono con i nostri interessi strategici.

Non è un tradimento improvviso, ma il risultato di una memoria amputata: l’oblio delle guerre coloniali, delle occupazioni dimenticate, dei genocidi a cui abbiamo voltato lo sguardo. Questa amnesia ci ha addestrati a non sentire, a credere che ciò che accade “lontano” non ci riguardi.


Il cortocircuito dell’umanesimo

Ed è qui che la crisi diventa filosofica. L’Occidente continua a recitare il linguaggio dei diritti universali, ma senza crederci più davvero. È come un corpo che parla una lingua morta, ripetendone i suoni senza comprenderne il senso.

Gaza ci mostra questa contraddizione in modo brutale: una guerra che non tocca i nostri confini non smuove più la nostra coscienza. E l’Ucraina, al contrario, la conferma: solo quando la violenza sembra minacciarci direttamente, l’umanesimo torna a funzionare come riflesso identitario.

Il risultato è un umanesimo amputato, che protegge solo ciò che ci somiglia, incapace di universalità reale.


Un futuro che ci mette sotto accusa

La morte dello sguardo coloniale non ha ancora generato un nuovo paradigma. È solo un vuoto: un’Europa che non sa più nominarsi, che non ha più il coraggio di guardare fuori da sé. Gaza e Ucraina, insieme, sono i due bordi di questa frattura: da un lato, la guerra che consideriamo “nostra”, dall’altro, la guerra che lasciamo consumarsi come se fosse inevitabile.

Il punto non è stabilire chi abbia ragione o torto, ma capire che questa doppia misura ci accusa. Che cosa resta di una civiltà che invoca i diritti universali solo quando coincidono con il proprio riflesso?


Yumeko e il premio spezzato


Postilla: Il premio, il bavaglio e la croce

Se Gaza e l’Ucraina mostrano la crisi dello sguardo coloniale e la fine dell’umanesimo europeo, l’Italia ne offre una versione domestica, quasi caricaturale, che però ne rivela la sostanza.

Mentre l’ONU documenta crimini di guerra e commissioni indipendenti parlano apertamente di genocidio, il nostro ministro dell’Interno riceve un premio come “amico di Israele”. Non solo: lo stesso ministro sostiene un disegno di legge che punirebbe penalmente chi usa quella parola – genocidio – per descrivere Gaza. In poche settimane, abbiamo visto condensarsi l’intera parabola dell’Occidente: celebrare chi esercita la forza e mettere a tacere chi ne denuncia gli abusi.

Questa dinamica non è una gaffe estemporanea, è un paradigma. È l’umanesimo amputato di cui parlavamo, tradotto nella lingua quotidiana della politica italiana:

  • la croce agitata come simbolo identitario mentre si appoggiano governi accusati di massacri;

  • il diritto brandito come feticcio, ma svuotato di contenuto;

  • la libertà di parola compressa in nome di un ordine geopolitico acriticamente abbracciato.

Qui, il colonialismo dello sguardo si chiude su se stesso: non è più solo indifferenza verso il “lontano”, ma punizione di chi osa nominare il lontano. È il passaggio dall’oblio alla sorveglianza morale: non basta non vedere, bisogna proibire di dire.

Eppure, questo nodo non è solo politico. È un collasso etico: un Paese che si proclama cristiano e democratico ma premia chi calpesta i diritti universali e zittisce chi li difende non sta tradendo una parte, sta tradendo se stesso.

Se il testo su Gaza e Ucraina mostrava un umanesimo incapace di guardare oltre i propri confini, questa postilla ci dice che quell’incapacità è già rientrata in casa. E che il vuoto che abbiamo nominato, oggi, non è un concetto astratto: è già la trama della nostra vita pubblica.

Scheda iconografica

Titolo dell’immagine: Yumeko e il premio spezzato


Descrizione formale

L’illustrazione, in rigoroso stile manga monocromatico, ritrae Yumeko Jabami a figura intera, filologicamente aderente al disegno originale di Kakegurui: uniforme scolastica corretta nei dettagli (giacca sagomata con revers neri, camicia chiara con cravattino a nastro, gonna a pieghe quadrettata, calze nere aderenti), capelli lunghi e lisci oltre la vita, volto caratterizzato dallo sguardo obliquo e dall’inconfondibile sorriso perturbante.

La scena si svolge in un ambiente austero e quasi istituzionale: pavimento piastrellato, pareti in legno scuro, luci basse. Sullo sfondo, una croce inclinata e fratturata campeggia sulla parete. In primo piano, ai piedi di Yumeko, compare una targa spezzata, con l’iscrizione 「イスラエルの友」 (Amico di Israele) resa in katakana e kanji.


Lettura simbolica

L’immagine condensa più livelli di ambiguità:

  • La postura di Yumeko, ferma e composta ma con un sorriso tagliente, traduce iconograficamente la tensione fra seduzione e giudizio che le è propria: non denuncia, non esulta, osserva. È la postura di chi smaschera il potere senza farsene parte.

  • La croce fratturata allude al cortocircuito fra retorica cristiana e pratiche politiche che negano la compassione universale. Non è un atto di profanazione: è la constatazione visiva di una frattura etica già avvenuta.

  • La targa spezzata visualizza la dissociazione fra premi e valori: ciò che viene celebrato (l’“amicizia” con il potere) è mostrato come oggetto crollato, mero simulacro. L’uso del giapponese non è decorativo, ma serve a spostare la rappresentazione dal piano cronachistico a quello simbolico, filtrandola attraverso il linguaggio visivo del manga.


Commento teorico

Quest’immagine funziona come contro-icona politica: prende un immaginario percepito in Occidente come “evasivo” (l’anime/manga) e lo piega a un compito critico, sostituendo la neutralità disneyana con una tensione analitica e dissonante.

Yumeko, figura già destabilizzante per la sua natura di personaggio ambiguo e perturbante, diventa qui mediatrice di un atto di svelamento: la sua calma glaciale di fronte al simbolo spezzato e alla croce inclinata non è ribellione, ma testimonianza. L’immagine non giudica: mette in scena la frattura fra valori proclamati e pratiche effettive, lasciando allo spettatore la responsabilità di colmare lo iato.

La scelta del bianco e nero, infine, accentua il registro analitico: elimina il rischio estetizzante del colore e recupera il tratto crudo delle tavole originali di Kakegurui, conferendo al tutto una densità che spezza l’equivalenza infantile fra disegno e leggerezza.

La ragazza di oggi

Yumeko Jabami

Kanji: 蛇喰 夢子

Romaji: Jabami Yumeko

Nome italiano: Yumeko Jabami


Opera: Kakegurui – Compulsive Gambler

Autore: Homura Kawamoto (testi), Tōru Naomura (disegni)

Anime: Kakegurui (MAPPA, 2017-2019)

Distribuzione italiana: Netflix (2018)

Manga originale: Kakegurui (Homura Kawamoto, Tōru Naomura, Square Enix, 2014 – in corso; edizione italiana: J-Pop, 2017 – in corso)


Profilo critico


Yumeko Jabami è il corpo vivo dell’eccesso: una figura che abita la soglia fra seduzione e minaccia, il cui fascino è inseparabile dalla sua capacità di smascherare l’ipocrisia del potere. In Kakegurui, il suo gioco compulsivo non è mai semplice dipendenza: è un atto di disvelamento. Ogni scommessa diventa un rituale attraverso cui mette a nudo la violenza nascosta nelle regole della Hyakkaou Academy, microcosmo politico in miniatura dove il debito e la gerarchia sostituiscono il diritto.


Yumeko non sovverte queste regole dall’esterno: le esaspera dall’interno, fino a farle collassare su se stesse. In questo, si rivela figura paradigmatica per il nostro tempo: non propone un ordine alternativo, ma denuda la falsità dell’ordine esistente, mostrando come dietro la retorica del merito e della disciplina si nasconda soltanto un sistema di dominio nudo e spietato.


La sua ambiguità è il suo potere. La sensualità esasperata, il sorriso che oscilla fra dolcezza e minaccia, lo sguardo che si accende di eccitazione di fronte al rischio: tutti questi tratti non sono orpelli estetici, ma strumenti narrativi per incarnare una logica radicale dello smascheramento. Yumeko è la personificazione dell’azzardo come verità: gioca perché il gioco distrugge le maschere.


In questo senso, il suo inserimento nella Scuola di Atene non è semplice citazione pop: è il riconoscimento di una genealogia iconoclasta. Yumeko appartiene a quella costellazione di figure che, nel loro eccesso, riportano alla luce ciò che la politica e l’ideologia occultano: la nuda violenza dei rapporti di forza travestita da ordine naturale.

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