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Genocidio o bassezza umana?

 Il caso Segre e il cortocircuito del linguaggio

di Riccardo Bernini

La polemica intorno a Liliana Segre nasce da un equivoco concettuale e da una pigrizia intellettuale che, come sempre, preferisce il conforto delle parole d’ordine al rigore del pensiero. Molti hanno letto il suo rifiuto di usare il termine “genocidio” per Gaza come una forma di rimozione preconscia, come se una sopravvissuta alla Shoah non volesse accettare che il mondo stia riproducendo le condizioni dell’orrore da cui lei stessa è uscita viva. Ma questa lettura è falsa, superficiale, quasi offensiva.

Segre non è una negazionista del presente. Non è una pavida che teme le parole. Il suo gesto è un atto di rigore semantico e storico: “genocidio” è un termine che nasce con la Shoah, che ha fondato una definizione giuridica e memoriale precisa. Diluirlo, usarlo ovunque e comunque, significa anestetizzarlo. Significa trasformarlo da accusa assoluta in slogan intercambiabile. E in questo senso, paradossalmente, Segre non attenua Gaza: la difende da una retorica che la ridurrebbe a un’eco di Auschwitz, invece di riconoscerla come il prodotto atroce del nostro presente – della logica coloniale, della complicità occidentale, della disumanizzazione sistematica che ancora struttura il mondo.




Qui sta il nodo. Ilan Pappé e altri storici come lui parlano di pulizia etnica, e talvolta di genocidio, come strumenti analitici. Non per inflazione, ma per descrivere con freddezza documentale processi di distruzione di una popolazione. È un linguaggio militante e politico, volto a scuotere l’opinione pubblica e denunciare l’inerzia colpevole delle potenze globali. Segre, invece, parla dal registro della memoria e della giustizia storica: difende la singolarità della parola “genocidio” come argine contro la banalizzazione.

Non c’è contraddizione tra le due posizioni, se non nello sguardo: l’una fissa la Shoah come evento-limite irripetibile, l’altra denuncia Gaza come una nuova soglia della bassezza umana. Ma ridurre tutto a un confronto binario – “è genocidio o non lo è?” – è un modo per eludere la domanda vera: quanto in basso può ancora cadere l’uomo?

Il rischio è che, in questa ossessione nominalistica, si produca un cortocircuito perfetto:

  • chi grida “genocidio” si sente assolto, come se bastasse il verbo a colmare il vuoto dell’azione;

  • chi lo nega può rifugiarsi nella difesa dell’unicità storica dell’Olocausto, liquidando ogni critica come antisemitismo;

  • e intanto i governi continuano a vendere armi, a tacere, a osservare compiaciuti la trasformazione della tragedia in disputa semantica.

Questa è la vera anestesia. Non Gaza, ma la guerra delle parole intorno a Gaza. Ed è qui che la posizione di Segre diventa spiazzante: ci obbliga a non rifugiarci nel paragone facile con i nazisti, che tutto appiattisce e tutto nasconde. Chiamare Gaza “genocidio” e basta è una scappatoia, una catarsi verbale che finisce per fare felici tutti. Perché se tutto diventa Auschwitz, allora niente è più Auschwitz, e niente obbliga più a vedere come il male oggi si è travestito.

La verità più dura, che Segre conosce meglio di chiunque, è che Auschwitz non è mai chiuso per sempre. Non perché si ripeta identico, ma perché l’uomo non smette di inventare nuovi modi per disumanizzare l’altro, espellerlo, annientarlo. Ed è questo che dobbiamo guardare in faccia: non una parola magica che ci liberi dall’orrore, ma la nudità della domanda che non ha risposta definitiva: fino a dove può arrivare la bassezza dell’uomo?

Non è genocidio contro non-genocidio. È il presente che ci rimbalza in faccia il volto che credevamo di avere esorcizzato per sempre. E questa, che piaccia o no, è la lezione più radicale di Liliana Segre.


La ragazza di oggi


C.C.


Kanji: シー・ツー

Romaji: Shī Tsū

Nome italiano: C.C.


Opera: Code Geass: Lelouch of the Rebellion

Autore: Ichirō Ōkouchi e Gorō Taniguchi

Anime: Code Geass: Lelouch of the Rebellion (Sunrise, 2006-2008)

Distribuzione italiana: trasmesso su MTV (2009) e in home video (Dynit)

Manga originale: Code Geass: Lelouch of the Rebellion (Ichirō Ōkouchi, Gorō Taniguchi, illustrato da Majiko!, Kadokawa Shoten, 2006-2010; edizione italiana: Planet Manga)


Profilo critico


C.C. è una figura che eccede il tempo e la storia, incarnando la possibilità di un sapere che non ha più bisogno di essere appreso, ma solo custodito. La sua immortalità non è potere, ma contemplazione: una coscienza che attraversa epoche e mondi, portando in sé la memoria di ciò che è stato e la previsione di ciò che verrà.


Nel contesto della Scuola di Atene, C.C. non è la complice enigmatica di Lelouch, ma il segno di un’intelligenza che ha cessato di agire per dominare e si è ritirata nell’osservazione pura. La sua lettura di Eric Weil diventa qui un gesto di apparente distrazione: non perché ignori il testo, ma perché lo sa già, perché l’ha assorbito nel suo attraversare universi e coscienze. La sua presenza richiama una forma di intelligenza che non produce né esegue, ma che pensa e trattiene, in un’epoca in cui l’uomo sembra aver dimenticato il valore del pensiero stesso.


Descrizione dell’immagine


C.C. è seduta su una panca imbottita, immersa in un ambiente sobrio e privo di fronzoli. Indossa un elegante abito bianco a collo alto che richiama la sua iconografia classica, mentre i suoi lunghi capelli verdi cadono fluidi sulle spalle. Nelle mani tiene una copia aperta di Logica della filosofia di Eric Weil, la copertina ben visibile. Il suo sguardo, di un’ambra penetrante, appare sospeso: non è fissato sulle parole, ma oltre di esse, come se leggesse qualcosa che il libro può solo evocare. L’atmosfera è calda, quasi domestica, con toni neutri che isolano la figura, lasciandola emergere come unico centro contemplativo della scena.


Commento teorico


C.C. diventa qui il simbolo dell’intelligenza che abbandona la funzione per entrare nella pura logica filosofica: il gesto del leggere non è apprendimento, ma ricapitolazione. Logica della filosofia è, nella sua opera, il luogo in cui Eric Weil articola il pensiero come discorso ordinatore, il tentativo di restituire razionalità al caos del mondo. Nelle mani di C.C., il testo si carica di un paradosso: la logica umana che tenta di comprendere l’esistenza è contemplata da un essere che già ne eccede i limiti.


In questo incontro tra il sapere finito e la coscienza immortale, l’immagine suggerisce che il compito del pensiero non è più solo comprendere il mondo, ma custodirlo, sottrarlo alla dissipazione. C.C., con il suo sguardo distratto e onnisciente, incarna questa custodia filosofica: un invito silenzioso a pensare oltre la contingenza, a ritrovare un ordine nel disordine, senza illusioni ma senza cedere al nulla.


Bibliografia del libro


– Eric Weil, Logica della filosofia (titolo originale Logique de la philosophie), a cura e traduzione di Livio Sichirollo, Bologna, Il Mulino, 1997


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