Un commento, poco obbiettivo
di Riccardo Bernini
Indubbiamente, sin dai primi minuti — direi secondi — di questa Mercoledì Addams di Netflix, seconda stagione, ci troviamo di fronte a qualcosa di disastroso, che replica le dinamiche della vecchia televisione. Non c’è nulla da dire: tutto è iperveloce. Lei si ritrova legata, vittima di un serial killer con la faccia da bambinone. E, oltre a questo, c’è una digressione temporale in cui lei compie ricerche per andare volontariamente tra le braccia di questo serial killer. Tenta di tramortirlo, ma viene catturata.
Siamo al pessimo, perché il tutto si svolge in pochissimo tempo. Sì, c’è la chiave ironica, ma è usata male: invece di rinforzare l’atmosfera dark, la stempera, annacquandola. Un’ironia giusta sarebbe quella, alla Addams, appunto, come nella serie degli anni Sessanta o nei disegni originali di Charles Addams, dove il macabro e il comico si fondono senza mai smorzarsi a vicenda. Qui, invece, il tono si appiattisce e si svuota.
Ma la serie è già disastrosa — anche senza bisogno di vederla tutta — perché l’inizio annuncia la perdita totale. Qualcosa che era partito simpaticamente, con un senso e con un’attesa di conclusione, comincia invece con auspici molto negativi.
Probabilmente, se andassi avanti a vedere la serie — o meglio la sua prima parte, perché c’è la classica divisione in quattro episodi per la seconda stagione (prima parte) e in quattro episodi per la seconda stagione (seconda parte) — ritroverei il classico meccanismo trappola: 4 + 4 = 8. Netflix non ti consente più di vedere la stagione completa, ma ti costringe ad aspettare, come se la seconda parte fosse una terza stagione, mentre in realtà non è altro che un mid-seasoneterno.
Questo perché a loro conviene: in questo modo l’utente non può iscriversi, guardarsi vagonate di serie nuove nel mese di prova e poi andarsene soddisfatto. Se vuoi vedere la seconda parte della stagione, o te la procuri in streaming illegale, o paghi e aspetti, oppure usi il piano con pubblicità — che è dispersivo e ti condanna a tre intervalli alla volta. Quindi sì, è il caso di dirlo: in certi casi la pirateria è santa. Perché la televisione, o meglio lo streaming che è diventato televisione, si è ridotto a inganno superficiale, sistemico ed endemico.
Non serve che io vada avanti a vedere Mercoledì Addams: so già che sarà deludente, molto deludente. L’inizio clownesco e fumettistico lo rivela. Non è un personaggio trattato in modo adulto. E, naturalmente, Jenna Ortega viene utilizzata in modo accessorio, decorativo, inutile: un’attrice di tale calibro ridotta a macchietta è un insulto anche per lei. Ma non può rifiutare: il bonifico fa comodo a tutti.
In un momento normale, razionale e lucido — in cui non servono entrate forzate perché si può andare avanti autonomamente — un’attrice simile deciderebbe di non partecipare. Oppure, peggio, magari ne è anche produttrice: e ancora peggio mi sento, perché in quel caso non può più tirarsene fuori.
E Tim Burton, che fine ha fatto? Non si sa. Magari — come succede in certi telefilm, avete sentito bene: telefilm, come negli anni Ottanta — si è allontanato dopo il primo episodio o i primi episodi, ha dato la linea estetica e poi, capito il tranello, si è ritirato silenziosamente. Tra l’altro, con l’ultimo Beetlejuice, aveva già fatto sentire forte le campane a morto del suo cinema: vecchio, stanco, inutile.
Qui parla un critico, uno che — pur non potendo compiere lo stesso sforzo produttivo di un film — può permettersi di giudicare con lucidità, perché è intellettualmente distaccato, più lucido di chi ha prodotto il film e lo vede come un figlio. Ma i figli di Netflix sono comunque negativi. Voglio usare un termine forte: aborti.
Secondo me, se vogliamo dare un segnale alla piattaforma, bisognerebbe disiscriversi in massa e cominciare a vedere i contenuti liberamente, sulle piattaforme che li mettono a disposizione di tutti. Se poi qualcuno vuole rimanere abbonato a Netflix per potersi lamentare quando l’abbonamento non funziona, o quando la visione si pixela, fatti suoi.
La mia scelta è smettere immediatamente di vedere questa serie: mi sono bastati sei minuti e undici secondi per capire che è un fallimento.
La ragazza di oggi
Nome (Romaji): Gō Non
Kanji: 郷 ノン
Nome italiano: Noa
Opera: Majokko Megu-chan (titolo italiano: Bia – La sfida della magia)
Autore/Autrice: Shigeto Ikehara (manga); serie TV Toei Animation — regia Shingo Araki, Yūgo Serikawa.
Anime: Toei Animation; rete originale NET/TV Asahi; 72 episodi; 1 aprile 1974 – 29 settembre 1975.
Distribuzione italiana: Rai 2, 2 marzo – 23 ottobre 1981 (ediz. Rai); 65 episodi trasmessi, 7 non doppiati; adattamenti di nomi: Meg→Bia, Non→Noa. Repliche successive anche su TMC.
Manga originale: Shigeto Ikehara; serializzazione 1974–1975 (Ushio Shobō, Kibō no Tomo; poi tankōbon Shōgakukan, Tentōmushi Comics); ristampa integrale in volume unico, East Press, 2001, ISBN 4872572432 (B6, 538 pp.). Edizione italiana del manga: assente.
Profilo critico
Gō Non/Noa è la rivale “fredda” che porta nell’aula del majokko una notte vissuta, non scenografica. Non ammicca al buio: lo conosce. La sua traiettoria — antagonismo netto, fenditure episodiche, sentori di alleanza — è un passaggio dall’oscurità esperita a un’umanità conquistata, senza redenzione melodrammatica. È esattamente il contrario del darkannacquato e clownesco della Mercoledì di Netflix: lì il macabro si fa ornamento; qui il trauma è linguaggio. Gō Non mette in crisi l’idea stessa di “tenebra pop”: nessun vezzo gotico, ma un rigore di postura e di sguardo che restituisce all’adolescenza la sua gravità.
Descrizione dell’immagine
Giardino interno, luce di tardo pomeriggio. Panchina in legno. Al centro, Gō Non/Noa seduta di tre quarti: capelli azzurro-blu sciolti (riccioli caratteristici sulle tempie), diadema romboidale giallo sulla fronte; trucco verde acqua come nell’anime. Ha tolto gli abiti da strega: dolcevita nero, abito corto viola privo di fronzoli, orecchini a cerchio, pendente romboidale giallo; stivali neri al ginocchio. Nella mano destra, semiaperto, Alfred Hitchcock, La galleria degli spettri (Rizzoli) con titolo e nome autore leggibili; sulla panca, accanto, un fiore appassito. L’inquadratura insiste sul volto: non seduzione, ma vigilanza. L’insieme richiama la scuola (Nevermore) solo per negazione: nessuna teatralità, solo una ragazza che ha attraversato il buio e lo tiene a distanza.
Commento teorico
Il buio alla Addams — quello dei disegni di Charles Addams e della serie ’60 — è ironia che non smorza mai l’ombra; la Mercoledì di Netflix ne offre la caricatura svuotata. Gō Non/Noa, invece, porta il segno di un’oscurità subita e trasformata: non gioca col macabro, lo attraversa e lo ricodifica in postura etica. Il fiore appassito è la cifra: residuo, non scena. Il libro di Hitchcock funge da cerniera simbolica — gotico popolare, spettri d’epoca — ma resta laterale: la protagonista è la ragazza che rifiuta l’estetizzazione del trauma. L’immagine sostiene così il titolo dell’articolo, “Netflix uccide Mercoledì”: l’assassinio non è del buio, ma del suo senso.
Bibliografia dell’opera
Unica edizione reperibile: La galleria degli spettri, a cura di Alfred Hitchcock (selezione), Milano: Rizzoli, 1978. (Antologia: “Le migliori storie di fantasmi scelte da Hitchcock per i ragazzi”.) reperibile nel mercato dell’usato (piattaforme generaliste/aste).

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