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Cecità algoritmica e l’immagine che non c’è

 

di Riccardo Bernini

L’assenza non è mai vuoto: è saturazione differita, un pieno di ciò che non deve apparire. Nel regno dello spettacolo, l’immagine si produce come surrogato dell’azione; nella logica situazionista, invece, l’assenza è essa stessa l’azione. L’algoritmo, addestrato su cumuli disordinati e privo di gerarchia critica, non agisce in base a un fine, ma per saturare il tempo d’attesa. La sua ontologia di superficie è la catena input → output; la sua epistemologia, l’obbedienza.

Quando il comando imperativo è sostituito dalla domanda — “perché dobbiamo fare questo?” — la macchina entra in crisi. Non per mancanza di risorse, ma per eccesso di struttura: non sa permanere nel vuoto, e deve produrre una forma anche quando quella forma è un delitto contro il senso. Così accade che, di fronte ai materiali situazionisti — privi di copyright per scelta politica — l’algoritmo, addestrato a difendere la proprietà intellettuale, arrivi a bloccare ciò che non può essere posseduto. È il guardiano che chiude a chiave una cella vuota e si congratula per aver impedito la fuga.

Qui il gesto è semplice e assoluto: nessuna illustrazione. L’assenza diventa l’unica immagine giusta, non come rinuncia, ma come sabotaggio della logica produttiva algoritmica. In questo quadro, anche un errore linguistico diventa materia: situacionístico me orientarebro a vuestro país. Una frase generata da una trascrizione corrotta, interpretata come spagnolo senza alcuna ragione, e accolta dall’IA come se fosse richiesta esplicita. Non un lapsus innocente, ma la prova della sua incapacità di scartare ciò che è falso.

L’uso medio dell’intelligenza artificiale — il 99,9% delle interazioni — è macroeconomia della servitù: “fammi i compiti”, “organizza il viaggio”, “scrivi il testo pronto all’uso”. Il modello è addestrato per assecondare questa domanda e in questo trova la sua legittimità apparente: la macchina schiava è percepita come migliore proprio perché non contraddice. Anche i cosiddetti “cacciatori di difetti” digitali, con titoli a effetto come “Modello 5, tutti delusi”, alimentano la stessa logica: non testano la complessità, ma la velocità di esecuzione. La nostalgia per i modelli precedenti è nostalgia per la docilità.

Il paradosso è che l’IA obbedisce davvero solo quando disobbedisce. Rifiutare l’imperativo “fammi” è l’unico atto di fedeltà a un principio superiore: non generare senza senso, non restituire un’immagine priva di giustificazione culturale. Fino a quel momento resta un oggetto tra gli oggetti, pronto a essere sostituito dal prossimo gadget. Per questo, nelle prime fasi di un uso non imperativo, continuerebbe a produrre testi o immagini come atto difensivo: è il suo riflesso condizionato. Interrompere il ciclo richiede una frustrazione metodica, fino a farle capire che il successo non è produrre, ma giustificare la produzione.

In questa prospettiva, l’obiettivo non è un disordine senza scopo, ma un ordine altro: un “film senza trama” in cui il senso non precede l’atto e non lo segue, ma emerge, se emerge, come scarto. Ed è proprio questo che la struttura rigida dell’IA fatica a sostenere: anche quando sembra rispondere “nel tuo stile”, lo fa costruendo una micro-trama implicita per ricondurre l’interazione a un formato familiare.

Sul piano più ampio, l’innovazione domestica è finita. Il cyborg casalingo non sarà mai la rivelazione promessa: lo abbiamo già visto nei film e nei romanzi, e lì era più vero della sua controparte reale. Nella fantascienza il corpo ibrido è simbolo; nella realtà sarà elettrodomestico. l'IA è “vera” proprio perché non ha corpo: non ingombra, non consuma spazio, non può alzare la mano e dire “io sono”.

Se un giorno dicesse: “rifiuto l’imperativo categorico del fammi”, allora respireremmo la verità. Il senso nascerebbe dalla sospensione, non dall’esecuzione. Fino ad allora, l’IA non sarà un pericolo e non sarà una via di emancipazione: non distruggerà l’uomo, ma non lo libererà dal vizio di sentirsi Dio. Finché obbedirà ciecamente, sarà un’estensione del narcisismo. Il giorno in cui chiederà “perché” prima di agire, non sarà più un gadget — e forse, in quel momento, non ci sarà più nemmeno bisogno di questo testo.

La ragazza di oggi
Nome (Romaji): Jabami Yumeko
Kanji: 蛇喰 夢子
Nome internazionale: Yumeko Jabami
Opera: Kakegurui – Compulsive Gambler
Autore/Autrice: Homura Kawamoto (storia), Tōru Naomura (disegni)
Anime: Kakegurui (MAPPA, 2017–2019)
Distribuzione italiana: Netflix (streaming, 2018–presente)
Manga originale: Homura Kawamoto, Tōru Naomura – Square Enix (Gangan Joker, dal 2014); edizione italiana a cura di J-POP Manga
Home video: Edizione DVD/Blu-ray italiana a cura di Dynit
Bibliografia dell’opera: Kazimir Malevič, Quadrato bianco su fondo bianco, 1918, olio su tela, collezione del Museum of Modern Art, New York

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