Riflessioni su un simbolo perduto
di Riccardo Bernini
Il Nobel per la Pace, come ogni premio che ambisca a rappresentare un valore universale, nasce con una promessa implicita: premiare vite o opere che incarnino un principio destinato a durare oltre le contingenze politiche e mediatiche. Il problema è che, negli ultimi decenni, questa promessa si è spesso infranta di fronte alla logica dell’attualità.
Il caso di Barack Obama è emblematico: il Nobel del 2009 fu assegnato non per risultati concreti, ma per ciò che il suo insediamento simboleggiava — un cambiamento di rotta nella politica estera statunitense, un dialogo più aperto con il mondo islamico, il superamento di certe prassi militari. Era un premio “sulla fiducia”, proiettato verso il futuro. Ma la Realpolitik ha presto riportato il bilancio alla realtà: escalation di operazioni con droni, conflitti aperti, continuità strategica in Afghanistan e Libia. Il simbolo si è logorato perché era stato costruito prima della prova del tempo.
Un Nobel che aspiri a un valore eterno dovrebbe comportarsi come con Gandhi (che, paradossalmente, non lo ricevette mai): assegnare il premio dopo che un’intera vita ha dimostrato coerenza incorruttibile con l’ideale di pace. In quella prospettiva, il Nobel diventerebbe non un atto di fiducia, ma la consacrazione finale di un percorso compiuto — la pace come identità esistenziale, non come promessa diplomatica.
Il confronto con il Nobel per la Letteratura è inevitabile. Molti premiati del passato sono oggi obliati, perché la scelta rispondeva più a equilibri politici, editoriali o di moda che a una reale proiezione di eternità letteraria. Eppure, esistono eccezioni che dimostrano la funzione possibile del Nobel quando riesce a liberarsi dalle logiche nazionali o corporative. L’assegnazione a Dario Fo nel 1997 è una di queste: un atto di rottura nei confronti del canone ufficiale italiano. L’Accademia di Svezia riconobbe la forza teatrale e politica di un autore che recitava in grammelot e in un italiano contaminato, erede della commedia dell’arte, e che aveva sempre sfidato i poteri nazionali. Le critiche interne furono aspre, ma proprio questo era il segno della riuscita: un Nobel che sovvertiva, non che ratificava.
Di segno diverso, ma ugualmente significativo, è il caso di Bob Dylan. Il premio del 2016 ha avuto la funzione di legittimare la canzone d’autore come forma letteraria, e in questo “ci stava”. Ma, come osservò ironicamente Leonard Cohen, era come riconoscere che “l’Everest è il monte più alto del mondo”: un’ovvietà sancita a posteriori. Dylan, già monumento vivente, non aveva bisogno del Nobel per la sua statura artistica, e infatti lo accolse con distacco, non presentandosi alla cerimonia e inviando il suo discorso solo mesi dopo. Qui il Nobel non scopriva né rischiava nulla: ratificava ciò che la storia aveva già scritto.
Il nodo è proprio questo: se il Nobel è un simbolo, deve essere assegnato a figure che lo incarnano in senso vero, che non possono essere corrotte e che restano eterne sul piano simbolico. Assegnarlo nell’immediato, sull’onda di un momento politico o di una promessa, lo condanna a svanire con la fine di quella stagione. È la ragione per cui, oggi, molti Nobel — di pace e di letteratura — non lasciano traccia nella memoria collettiva, e perché, nei casi peggiori, finiscono per essere percepiti come premi “tra gli altri”, non diversi da un Oscar o da un Leone d’Oro.
L’unica via per restituire al Nobel la sua aura originaria sarebbe tornare a un criterio di eternità: premiare vite e opere che abbiano già resistito al tempo, che non abbiano bisogno del Nobel per essere riconosciute, ma che lo rendano un suggello definitivo e non una scommessa. Un Nobel che non anticipa la storia, ma la sigilla.
La ragazza di oggi
Maeri Saotome
Kanji: 早乙女 芽亜里
Romaji: Saotome Meari
Nome italiano: Mary Saotome
Opera: Kakegurui – Compulsive Gambler
Autore/Autrice: Homura Kawamoto (storia), Tōru Naomura (disegni)
Anime: Kakegurui (S1, 2017) e Kakegurui ×× (S2, 2019), studio MAPPA
Distribuzione italiana: Netflix
Manga originale: Kakegurui – Compulsive Gambler, Square Enix (Gangan Joker, dal 2014 – in corso, 19 volumi al marzo 2025); edizione italiana J-POP (Edizioni BD, in corso)
Profilo critico
Maeri Saotome è l’antitesi della sottomissione: un’energia tagliente che si muove dentro il rituale del gioco d’azzardo scolastico come un coltello dentro la seta. Nel contesto dell’articolo sul Nobel per la Pace e la sua strumentalizzazione politica, Maeri diventa un dispositivo simbolico: la voce che si sottrae alla retorica ufficiale, l’intelligenza ironica che osserva, valuta e smonta i palchi della celebrazione del potere. Seduta in una sala conferenze — luogo deputato alla premiazione e al consenso — non partecipa alla liturgia, ma vi introduce un elemento di dissonanza. Mistero Buffo di Dario Fo, nelle sue mani, non è semplice lettura: è il contrappunto teatrale e satirico che rivela le crepe della messinscena.
Descrizione dell’immagine
Illustrazione in bianco e nero, stile fedele al manga originale di Kakegurui, con linee nette e retini accurati. Maeri Saotome, capelli biondi lunghi legati in due code basse con nastri scuri, indossa la divisa scolastica Hyakkaou: giacca doppiopetto scura con revers neri, camicia chiara, cravatta a nastro e gonna a quadri. È seduta in modo disinvolto, quasi stravaccata, su una poltrona singola in pelle chiara, collocata in posizione isolata rispetto alle file ordinate di sedute della sala conferenze. L’ambiente, elegante e algido, richiama le sale di premiazione internazionale: tonalità sobrie, ordine impeccabile, atmosfera asettica. Nella mano sinistra, aperto sulle ginocchia, Mistero Buffo di Dario Fo, con titolo e autore in caratteri chiari e leggibili; lo sguardo è rivolto verso il libro, ma il sorriso è leggermente beffardo, come se fosse consapevole di essere fuori dal cerimoniale che la circonda.
Commento teorico
L’immagine sintetizza lo scarto tra l’arte e il potere. La sala conferenze è l’emblema dell’ordine, della premiazione come rito di legittimazione: sedie allineate, spazio calibrato, luce neutra. Maeri, invece, incarna la frattura: la postura irriverente e il libro di Dario Fo — opera che gioca con la dissacrazione del linguaggio e la reinvenzione della tradizione popolare — introducono il principio dell’imprevedibilità. In questo contesto, Maeri è il segno di un altrove possibile, in cui la premiazione non è consenso, ma interruzione, e il riconoscimento non si misura nella medaglia, ma nella libertà di guardare altrove mentre il cerimoniale scorre.
Bibliografia dell’opera
Edizione filologica consigliata: Mistero Buffo. Nuova edizione integrale, Dario Fo, a cura di Franca Rame, Guanda, 2018.
Edizione popolare reperibile: Mistero Buffo, Dario Fo, Einaudi Tascabili, 2021.

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