genesi della violenza formale e della prigionia metafisica
di Riccardo Bernini
L’Occidente ha elaborato una forma estrema di auto-comprensione, concependosi non come un mero animale razionale, ma come atto concettuale capace di porre e riporre il mondo intero nella forma del pensiero. Da Hegel fino all’attualismo gentiliano, la realtà viene intesa non come dato inerte, ma come autoproduzione del concetto stesso, identificando l’essere con l’attività pensante. Non esiste un oggetto preesistente a una coscienza che lo conosce: l’oggetto è ciò che emerge dall’atto che lo pone. Da qui nasce la tendenza intrinseca dell’uomo a divinizzarsi, non in senso ingenuo e psicologico, ma nella traslazione dell’orizzonte divino nell’atto umano di concettualizzare. Ogni impresa teorica o tecnica si presenta come epifania dell’Idea. La scienza non produce strumenti: oggettiva concetti. L’oggetto tecnico è un concetto reso efficiente, il luogo in cui il calcolo e l’ingegneria incorporano giudizi e modelli. L’intelligenza artificiale, in questo quadro, è emblematica: non macchina utile, ma concetto che funziona, incarnazione operativa dell’Idea di inferenza, previsione e linguaggio. La sua efficacia non deriva dalla pura astrazione, ma dalla forma concettuale che la sostiene.
Ma questa potenza porta con sé il suo rovescio. Se la realtà vale solo in quanto assimilabile al concetto, l’alterità rischia di ridursi a materia da formare. Il mondo cessa di essere interlocutore e diventa materiale. La dialettica del riconoscimento si deforma: l’altro non è più il luogo in cui lo Spirito si specchia, ma lo strumento attraverso cui l’Io conferma la propria sovranità. È qui che l’iperconcettuale scivola nel coloniale: pianeta, esseri viventi, culture, corpi e persino epoche storiche diventano entità “da mettere in forma”. In questa logica il limite non educa ma irrita. La malattia è un algoritmo da risolvere, la morte un difetto di progettazione, la natura un backlog tecnico. Ogni concetto tende a completarsi e, se può formalizzare un ente, tenderà a formalizzare tutto ciò che gli è connesso. Ciò che resiste viene trattato come rumore, scarto da ottimizzare. L’oggetto valido è quello che ci rispecchia, che riproduce fedelmente il nostro desiderio di controllo e prevedibilità. Questo è lo splendore e al tempo stesso la ferita dell’iperconcettuale: crea matematica, logica e arti della forma, ma espone alla violenza sottile della riduzione.
Quando la scienza diventa tecnica concettuale, non descrive più: prescrive. Progetta mondi, li ottimizza, li indirizza a funzioni-obiettivo. L’atto concettuale si fa apparato, l’apparato pretende prestazione, la prestazione esige controllo e il controllo reclama potere. È una catena brevissima. Non si tratta della povertà del concetto, ma del suo successo. Nel momento in cui il concetto mostra di poter fare essere un mondo di forme, nulla appare più indisponibile. Il problema non è abiurare l’iperconcettuale, senza il quale non avremmo scienza, diritto e arte, ma smontarne la pretesa monopolistica, reintroducendo resistenze che non siano forma: il tragico, il vivente, il dolore, l’alterità.
Se il polo iperconcettuale eleva l’uomo a demiurgo, quello storico-lineare gli offre la narrazione che lo giustifica. Non basta creare apparati, occorre situarli in una storia necessaria che ne legittimi la violenza. Questo schema nasce dalla matrice biblico-cristiana: creazione, caduta, redenzione e fine. La vita non è ciclo ma dramma lineare, orientato a un compimento finale. Secolarizzata, questa struttura diventa progresso. La colpa originaria si traduce in arretratezza, ignoranza, barbarie; la salvezza in sviluppo tecnico, crescita economica, civiltà superiore. E come ogni redenzione, anche questa implica sacrificio: il sangue dei vinti, dei colonizzati, degli “arretrati”. Così la guerra diventa necessità, non fallimento, e i conflitti si presentano come dolori del parto. Il colonialismo non è rapina, ma missione civilizzatrice. L’Occidente si percepisce avanti lungo la linea e interpreta l’altro come arretrato. È la secolarizzazione della missione evangelica. Se il senso sta nel futuro, il presente diventa sacrificabile. Non conta il dolore di oggi, perché conta il bene di domani.
Lo schema non nasce dalla scienza ma la colonizza. Ogni invenzione diventa tappa del progresso, ogni strumento si converte in arma: il motore a vapore spinge le navi coloniali, la fissione genera la bomba, l’informatica apre la sorveglianza. La scienza, aperta e universale, si riduce a arsenale della storia, a missione di dominio. L’uomo che nel polo iperconcettuale si proclama Dio, qui occupa il posto di Dio nella storia: non solo genera concetti, ma li fa marciare dentro un disegno provvidenziale secolarizzato. L’egotismo individuale diventa progetto collettivo: una civiltà intera che si pensa popolo eletto in cammino verso la promessa. Da qui il legame stretto con il colonialismo: noi siamo il futuro, loro il passato, e chi si oppone va eliminato. L’atto concettuale fornisce la forma, la teleologia la giustificazione.
I due poli non vivono separati, ma si incastrano in un circuito chiuso: la trappola. L’uomo produce concetti che diventano apparati, e la teleologia li legittima come tappe del progresso. L’Idea si fa macchina e la macchina si legittima come passo avanti della Storia. Il ciclo è autoalimentato: la narrazione giustifica l’apparato, il successo dell’apparato prova la narrazione. In questo cerchio vizioso i limiti non sono barriere ma sfide da superare. La logica è totalizzante, ciò che resiste deve essere piegato. La cura si trasforma in arma, la conoscenza in sorveglianza, la difesa in offesa preventiva. Non è abuso: è la struttura che induce la torsione. Ogni tentativo di fuga viene riassorbito, ogni critica etica catturata dai poteri che dovrebbe limitare. Nulla rimane esterno, ogni deviazione diventa variante interna. L’intelligenza artificiale agisce da acceleratore: forma concettuale operativa e narrazione necessaria di progresso. Non è anomalia ma catalizzatore che rivela la trappola in piena luce: Idea assoluta resa codice, storia lineare che la incornicia come destino. Anche i tentativi filosofici di rottura rischiano di essere neutralizzati: la tragedia ridotta a spettacolo, la compassione tradotta in algoritmo di cura, l’eterno ritorno trasformato in loop di ottimizzazione.
Quando il circuito si consolida, la trappola diventa la condizione stessa dell’esistenza umana. L’uomo vive diviso tra due illusioni: demiurgo iperconcettuale, attore di una storia lineare. L’egotismo del primo polo alimenta la tecnica illimitata, la teleologia del secondo ne giustifica l’uso bellico e distruttivo. L’uomo che voleva emanciparsi diventa prigioniero della sua divinizzazione. La scienza, che poteva essere linguaggio universale, è ridotta a strumento di controllo; il progresso, che doveva liberare, si fa catena. Non c’è scampo, perché ogni alternativa è riassorbita. La ribellione diventa nuova configurazione del circuito. L’uomo stesso diventa materia prima del proprio dominio: corpo da ottimizzare, mente da sorvegliare, desiderio da indirizzare. La pretesa di assomigliare a Dio si rovescia nell’inferno: la divinità che ha creato è se stesso, ma in forma di macchina che non governa più.
Eppure, qualcosa resiste. Non una via d’uscita esterna, ma il segno della finitezza che nessuna macchina può annullare: la morte, il dolore, l’imprevedibile. È forse in questa crepa che sopravvive il tragico dei Greci, la compassione schopenhaueriana, l’amor fati nietzscheano. L’uomo rimane catturato nella macchina concettuale-storica, ma questa cattura non è mai totale, perché la vita manifesta un’eccedenza irriducibile. Non redenzione, ma consapevolezza: ogni tentativo di liberazione ricadrà nel circuito, e tuttavia resta necessario pensare, creare, resistere. Non vi è vittoria, ma vi è verità. L’uomo non è Dio, non è padrone della storia, e non si salva con le sue macchine. Può solo riconoscere che la sua grandezza coincide con la sua condanna, e abitare la contraddizione senza illusioni, trovando nel limite non la redenzione, ma la misura.
La ragazza di oggi
Nome (Romaji): Jabami Yumeko
Kanji: 蛇喰 夢子
Nome internazionale: Yumeko Jabami
Opera: Kakegurui – Compulsive Gambler
Autore/Autrice: Homura Kawamoto (storia), Tōru Naomura (disegni)
Anime: Kakegurui (MAPPA, 2017–2019)
Distribuzione italiana: Netflix (streaming, 2018–presente)
Manga originale: Homura Kawamoto, Tōru Naomura – Square Enix (Gangan Joker, dal 2014); edizione italiana a cura di J-POP Manga
Home video: Edizione DVD/Blu-ray italiana a cura di Dynit (?)
Bibliografia dell’opera: Genealogia della morale. Friedrich Nietzsche. Adelphi. Milano. 1984

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