«Salve a tutti da Venezia!
Qui è tutto bellissimo, ci sono i tappeti rossi, le luci, i fotografi che gridano come gabbiani, e ci sono pure i vecchi che camminano piano piano, truccati come statue di cera. Ridono, ma ridono di se stessi. Dicono parole sagge, ma sono parole che sanno di muffa. È un carnevale che non fa più ridere nessuno, tranne me. Io mi diverto moltissimo, perché è chiaro che questo non è un festival, ma un funerale travestito.
E allora ve lo dico: il cinema, così com’è qui, è già morto. E adesso vi spiego perché.»
Cronache di Venezia (o di ciò che ne resta), a cura di Runa Yumozuki.
di Riccardo Bernini
Il cinema occidentale si è ridotto a una liturgia funebre.
Un corteo che si svolge sui tappeti rossi dei festival, dove sfilano non le opere ma i resti: corpi imbellettati, registi trasformati in monumenti, premi consegnati come targhe cimiteriali. Cannes, Venezia, Berlino: necropoli che si travestono da celebrazione.
L’oscenità non sta nei film in sé, ma nell’apparato che li inghiotte. Oscenità nel senso etimologico: ciò che è fuori scena, che non dovrebbe mostrarsi e che pure viene esibito come valore. La pantomima del “cinema d’autore” non è più ricerca, ma sopravvivenza.
Francis Ford Coppola ne è il simbolo più chiaro. Con Megalopolis ha tentato di rilanciare una visione titanica, di ricostruire Roma nell’America del XXI secolo, di traguardare il mondo intero in un’unica architettura. Ma il risultato è stato un fallimento clamoroso: non perché l’ambizione non fosse necessaria, ma perché l’opera è arrivata in un tempo che non sa più riceverla. Megalopolis è un progetto da veggente, gettato però in una società che non crede più ai veggenti. E Coppola, invece di chiudere con un gesto sovrano, si è ritrovato prigioniero del suo stesso mito, costretto a mendicare approvazione in un sistema che non ha più margini per le utopie.
Accanto a lui, sullo stesso tappeto, Werner Herzog: un tempo terrorista dei generi, capace di inseguire Klaus Kinski nella giungla come fosse un animale da catturare, pronto a trasformare il cinema in atto fisico, in febbre, in delirio. Oggi, premiato con il Leone alla carriera, Herzog appare come il contrario di se stesso: un saggio moderato, che parla come un amministratore di condominio culturale, prigioniero della retorica dell’approvazione. È la tragedia della vecchiaia ridotta a scudo: invece di diventare detonazione, diventa balsamo. Invece di libertà, moderazione. Invece di distruzione, manutenzione.
Il problema non è che Coppola e Herzog siano vecchi. Il problema è che hanno scelto di invecchiare male.
Perché l’età potrebbe essere la vera occasione per dire finalmente tutto: a ottant’anni non si ha più nulla da perdere, nessuna carriera da difendere, nessun sistema da compiacere. E invece i maestri contemporanei usano l’età come garanzia, come dispositivo di legittimazione. Non aprono conflitti, non squarciano il linguaggio: lo conservano, lo addomesticano, lo ripetono. Si fanno garanti di un mondo che non capiscono più, portatori di un messaggio defunto.
È qui che il cinema si mostra per quello che è diventato: una macchina di riconferma. I festival non hanno più alcun ruolo pedagogico, nessuna tensione verso l’inedito. Servono a ratificare ciò che già esiste, a stabilire quali reliquie meritano un applauso, a distribuire premi che sono atti politici, non giudizi estetici. È una diplomazia dell’immagine, un mercato simbolico.
E la critica? La critica non è migliore. Ha abdicato alla sua funzione di ferita. Non legge più, non rischia più, non apre più alcuna possibilità. Si limita a descrivere, a mediare, a fornire parole eleganti che non disturbino. È diventata una zona grigia tra la menzogna e il linguaggio, un filtro che rende tutto accettabile. Non è più esercizio di pensiero, ma ufficio stampa travestito da riflessione.
Il risultato è che il cinema d’autore ha perso la sua ragione d’essere: non è più visione del mondo, ma illustrazione di se stesso. Non più atto di rottura, ma documento di sopravvivenza. Non più arte che apre abissi, ma contenuto seriale che cerca ancora il timbro dell’autore per restare commerciabile.
È in questo vuoto che serve una fonte di disturbo.
Non una protesta, non una critica in più, non un’altra recensione ben scritta. Ma un corpo che sorrida nel bel mezzo del funerale. Un’allegria che non consola ma avvelena. Un gesto infantile e crudele che, semplicemente esistendo, smonta la cerimonia e ne mostra la farsa.
Perché la verità è che il loro tramonto è già in corso.
E più cercano di camuffarlo da celebrazione, più si rivela per quello che è: la fine di un mondo che non può tornare.
Noi non saremo lì per piangere.
Saremo lì per ridere.
E per guardare nello specchio chi non ha più volto.
La ragazza di oggi
Nome (Romaji): Yomozuki Runa
Kanji/kana: 黄泉月 るな
Nome internazionale: Runa Yomozuki
Opera: Kakegurui – Compulsive Gambler
Autori: Homura Kawamoto (storia), Tōru Naomura (disegni)
Anime: Studio MAPPA – Stagione 1 (luglio–settembre 2017, 12 episodi); Stagione 2 Kakegurui ×× (gennaio–marzo 2019, 12 episodi)
Distribuzione italiana: Netflix, dal 1° febbraio 2018 (stagione 1 e 2, doppiaggio italiano)
Manga originale:
– Giappone: Homura Kawamoto, Tōru Naomura, Kakegurui, serializzazione su Gangan Joker (Square Enix), dal 22 marzo 2014
– Italia: J-POP Manga, dal 2017
Home video: Nessuna edizione italiana confermata. Edizioni estere disponibili (Sentai Filmworks, USA; Anime Ltd, Regno Unito)
Bibliografia dell’opera:
– Edizione giapponese: Kakegurui – Compulsive Gambler, Square Enix, dal 2014, in corso
– Edizione italiana: Kakegurui – Compulsive Gambler, J-POP Manga, Milano, dal 2017

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