Reagan non è un presidente: è un attore che ha preso il potere. Governa come fosse sul set di un western. “Morning in America” è una tagline, non uno slogan. È cinema mascherato da Stato. Thatcher, sua gemella ideologica, privatizza l’aria, i sogni, la memoria. Il neoliberismo diventa liturgia globale. La narrazione dominante è la stessa dei film: non esistono ostacoli, solo scuse. Se fallisci, è colpa tua. Se non vinci, non esisti. La comunità viene smantellata, la solidarietà patologizzata. L’eroe postmoderno è solo, forte, idiota.
di Riccardo Bernini
Gli anni Ottanta non sono stati un decennio: sono stati un’ipnosi. Un’operazione estetico-politica globale che ha scambiato la fine del mondo per una festa. Glitter, sintetizzatori, spalline imbottite e sogni fluorescenti: il kitsch come strategia di governo, la superficie come anestesia collettiva. Chi oggi li ricorda come “belli” è già vittima della lobotomia. Perché è proprio lì, in quel decennio di plastica e videoclip, che si consuma la catastrofe definitiva: la dissoluzione del negativo, la messa a morte della tragedia, la mercificazione integrale del linguaggio.
Non è il decennio del disimpegno, è il decennio della dissimulazione. Il sogno americano, che un tempo si nutriva di frontiera, rischio e contraddizione, negli anni Ottanta diventa coreografia bulimica di vincenti senza storia. Rocky IV non è solo un film: è un golpe ideologico. Il corpo-macchina che batte l’URSS a suon di pettorali e inquadrature patriottiche è il nuovo profeta. La politica è abolita: sostituita da montaggi motivazionali. Flashdance trasforma il riscatto sociale in videoclip da palestra; Top Gun fa dell’apparato militare una réclame erotica. Il fallimento viene censurato. La sofferenza, soppressa. La tragedia, esiliata. Resta solo il corpo che vince, l’individuo che “ce la fa” — purché obbedisca al copione.
Hollywood smette di raccontare, comincia a mentire. Dopo I cancelli del cielo, il cinema americano rinnega ogni velleità critica: Cimino viene crocifisso perché ha osato dire la verità. Il sogno americano si fonda sul massacro: non si può più dirlo. Nasce il blocco imperiale dell’immaginario. Il “cinema indipendente” diventa una gabbia di vetro: apparentemente alternativo, sistemicamente innocuo. Intanto Stallone e Schwarzenegger scolpiscono sullo schermo il corpo postmoderno dell’Occidente: muscoli, gloria, assenza di conflitto. La tragedia non è più rappresentabile. E se non si può più rappresentare, non si può più pensare.
La musica subisce la stessa torsione. MTV nasce nel 1981: è la Pentecoste della cultura visiva senza contenuto. Non conta più la nota, conta l’inquadratura. Michael Jackson non è più un artista: è un ologramma, un’icona modulabile, una funzione replicabile. Madonna diventa la Santa Patrona del branding di sé. La canzone si riduce a tre minuti di estetica sintetica: il tempo perfetto per non pensare. Il punk viene addomesticato, la disco diventa pubblicità, il rock si infligge la condanna da stadio. Il suono non parla più: si limita ad accompagnare la liturgia del consumo.
In politica si compie il sortilegio. Reagan non è un presidente: è un attore che ha preso il potere. Governa come fosse sul set di un western. “Morning in America” è una tagline, non uno slogan. È cinema mascherato da Stato. Thatcher, sua gemella ideologica, privatizza l’aria, i sogni, la memoria. Il neoliberismo diventa liturgia globale. La narrazione dominante è la stessa dei film: non esistono ostacoli, solo scuse. Se fallisci, è colpa tua. Se non vinci, non esisti. La comunità viene smantellata, la solidarietà patologizzata. L’eroe postmoderno è solo, forte, idiota.
L’economia, intanto, si fa teologia. Gli yuppie diventano sacerdoti, Wall Street la cattedrale. Greed is good non è una provocazione: è il decalogo del nuovo ordine. Il capitale non ha più bisogno di giustificarsi. Se produce denaro, allora è giusto. Se distrugge vite, è un effetto collaterale della crescita. Il broker, il trader, il CEO: questi i nuovi dèi del pantheon postmoderno. Tutto il resto è rumore, scarto, debolezza.
E l’Europa? L’Europa si inginocchia. Rinuncia alla propria tradizione tragica, filosofica, critica. Dimentica Pasolini, Adorno, Simone Weil. Si traveste da showroom, importa sogni altrui confezionati a Los Angeles. Rinnega il dubbio per importare l’effetto speciale. Rinnega la tragedia per indossare la giacca di pelle. Abbandona l’elaborazione del lutto e abbraccia il vintage. Non resiste: replica. Non pensa: consuma. Si lascia colonizzare senza nemmeno combattere.
Tutto era pronto. Gli anni Ottanta hanno preparato il mondo a Trump. Non in senso metaforico: in senso strutturale. Trump è la sintesi perfetta. È Rocky IV travestito da politico. È il miliardario che finge di essersi fatto da solo, l’uomo che trasforma ogni fallimento in reboot spettacolare. È il prodotto finale della catena di montaggio estetico degli anni Ottanta: il kitsch che si crede sublime. Non è un’anomalia: è l’esito.
E allora perché continuiamo a dire che “gli anni Ottanta erano belli”? Perché ci hanno insegnato a dimenticare. Hanno trasformato la nostalgia in merce. Hanno fatto della rimozione una festa. Neon, sintetizzatori, cartoni animati ipercinetici: tutto pronto per essere rivenduto come rifugio estetico. Stranger Things è il santino definitivo di questa religione della perdita: la glorificazione di un passato mai esistito, la rimozione organizzata della catastrofe.
Gli anni Ottanta sono stati l’addio al pensiero. L’abbandono del negativo. La cancellazione della crisi. Hanno trasformato la tragedia in videoclip, la politica in trailer, l’arte in packaging. Da quel momento il capitalismo non è più un sistema: è una forma estetica totalitaria. Ogni gesto critico viene sterilizzato, ogni linguaggio ridotto a format. Ogni resistenza, monetizzata.
Il postmoderno non nasce nelle pagine di Lyotard: nasce nelle palestre di Rocky, nei set di Top Gun, nei corridoi di MTV. Non è un’idea: è una mutazione antropologica. È un dispositivo di disattivazione della coscienza. Gli anni Ottanta non sono un ricordo: sono la prigione invisibile in cui ancora viviamo. Una capsula del tempo che ha inghiottito il futuro.
La loro più grande vittoria è stata farci dimenticare che erano una sconfitta.

Un’analisi veramente interessante
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