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Non si può filosofare nello sterminio

Francesca Albanese viene attaccata non per ciò che dice, ma per ciò che ricorda: che ogni vita umana ha lo stesso valore. E che accettare lo sterminio significa smettere di pensare.

di Riccardo Bernini 


Francesca Albanese è diventata un bersaglio perché osa dire ciò che l’Occidente non vuole più sentirsi dire: che l’umano non si può frazionare, che il dolore non ha passaporto, che la vita palestinese – come quella yemenita, congolese, siriana – vale quanto quella israeliana o ucraina. E proprio per questo è stata attaccata. Perché in un’epoca che ha trasformato la compassione in proprietà privata, chi denuncia l’esistenza di una gerarchia del lutto viene subito isolato, ridicolizzato, diffamato. Il video di Matteo Saudino, pubblicato nelle ultime ore, non lascia dubbi. «Francesca Albanese è sotto attacco perché denuncia la disumanizzazione e la mancanza di empatia nei confronti di chi è considerato il nemico», dice. E subito dopo affonda il colpo: «Le destre e i poteri istituzionali, anziché riflettere sulle proprie responsabilità, preferiscono delegittimare chi denuncia». È un meccanismo antichissimo, ma oggi diventato strutturale: colpire chi nomina la rimozione, per non doverla affrontare.

Non è solo Francesca Albanese a essere sotto accusa. È la possibilità stessa di dire il vero. Di ricordare che non si può restare umani a metà. Che non esistono morti degne e morti indegne. Che l’idea di “danni collaterali” è una costruzione semantica per sottrarre la pietà a chi ne sarebbe portatore naturale. Eppure è esattamente questo che il discorso pubblico fa ogni giorno, da anni: produce selezione, distingue tra dolore rappresentabile e dolore sacrificabile. Le morti ucraine e israeliane vengono immediatamente accolte nel perimetro del lutto globale. Sono “nostre”. Le vediamo, le sentiamo, le piangiamo. Tutte le altre – le morti in mare, le vittime delle bombe a Gaza, i bambini seppelliti nel fango yemenita – vengono narrate come dati, statistiche, astrazioni. Sono “lontane”. Non fanno parte della nostra comunità affettiva, perché la narrazione dominante ha stabilito che l’umano è una prerogativa selettiva, un club chiuso, non un diritto ontologico.







Francesca Albanese rompe questo ordine delle cose e per questo è pericolosa. Non perché ideologica, come si affrettano a dire i suoi detrattori, ma perché radicalmente etica. Ricorda che guardare il volto dell’altro non è un’opinione, ma una necessità. Ricorda che il linguaggio ha il dovere di non essere complice. Ricorda che l’umanità non è una bandiera da sventolare in base alle alleanze politiche, ma un obbligo senza condizioni. E questa, oggi, è la vera bestemmia.

Saudino lo esplicita con chiarezza: «Siamo in un’epoca in cui chi denuncia la barbarie viene accusato di essere a sua volta barbaro». È la logica dell’inversione morale: chi alza la voce per i civili palestinesi diventa automaticamente “contro Israele”, come se la giustizia potesse essere solo binaria, come se l’etica dovesse scegliere tra due schieramenti anziché difendere la dignità ovunque venga violata. Ma il punto è che questa epoca non vuole giustizia: vuole normalità. Una normalità in cui la violenza viene amministrata, razionalizzata, distribuita con criterio strategico. Una normalità in cui il mondo può indignarsi per l’attacco di Hamas e contemporaneamente accettare decine di migliaia di morti a Gaza senza battere ciglio. Una normalità che ha deciso di dimenticare di essere umana, perché ricordarlo significherebbe dover cambiare tutto.

È qui che entra in gioco la filosofia, ma non come ornamento: come arma. Pensare, oggi, è resistere all’anestesia. Chiamare le cose con il loro nome è un atto di insubordinazione. Dire che la vita palestinese vale quanto quella israeliana non è una provocazione, è una premessa minima per non cadere nel baratro. Ma è proprio questa premessa a essere divenuta inaccettabile. Per questo Albanese viene colpita: non per ciò che dice, ma per ciò che ricorda. Ricorda che l’Occidente ha costruito un’identità fondata sulla compassione selettiva, sull’empatia condizionata, sulla fratellanza a geometria variabile. E ricorda che l’unico modo per spezzare questo paradigma è rifiutarsi di chiudere gli occhi.

La guerra, oggi, non si combatte solo con le armi. Si combatte con le parole, con le immagini, con la capacità di vedere o fingere di non vedere. E proprio per questo le figure come Francesca Albanese diventano insopportabili: perché mostrano ciò che dovrebbe restare invisibile. Il bambino sotto le macerie, la madre con il corpo del figlio tra le braccia, la fila dei cadaveri in sacchi di plastica. Non sono “atti di guerra”. Sono rivelazioni. E vanno occultate, perché altrimenti il castello cade.

Difendere Francesca Albanese, allora, non significa aderire al suo profilo personale o condividere ogni sua parola. Significa difendere la possibilità di dire l’ovvio in un tempo che lo ha reso impronunciabile. Significa affermare che esiste ancora, da qualche parte, un’etica del vedere. Un’etica che non accetta di chiamare “pace” l’equilibrio costruito sulla disumanizzazione, e che non chiama “realismo” la codardia di chi tace per convenienza.

Ed è qui che dobbiamo chiudere il cerchio: accettare lo sterminio come dato di fatto significa accettare di vivere in un mondo dove filosofare diventa impossibile. Perché la filosofia non nasce mai dalla complicità, ma dallo scandalo. Non si può pensare davvero, non si può cercare il vero, quando si è già deciso di anestetizzare la coscienza di fronte a migliaia di morti. Non serve invocare parole abusate: basta riconoscere che ciò che accade è sterminio, ed è proprio questa consapevolezza che dovrebbe rendere insopportabile la rimozione. Se la filosofia ha ancora un senso, è solo qui: ricordarci che il pensiero non è neutrale, che guardare è già un atto etico, che non si può continuare a ragionare sul mondo come se il sangue non fosse il suo fondamento attuale. Chi chiude gli occhi oggi, rinuncia non solo all’umanità, ma alla possibilità stessa di pensare.

La ragazza di oggi

Maetel
Kanji: メーテル
Romaji: Mēteru
Nome italiano: Maisha

Opera: Galaxy Express 999
Autore: Leiji Matsumoto
Anime: Galaxy Express 999 (Toei Animation, 1978–1981) – trasmesso in Italia tra il 1982 e il 1985 su Rai Due e reti locali
Edizione italiana manga: Planet Manga (Panini Comics), pubblicata tra il 2005 e il 2011 in 21 volumi completi, ora fuori catalogo
Edizione italiana anime in DVD: Yamato Video, serie completa pubblicata in due cofanetti (2006–2007), attualmente fuori catalogo


Profilo critico

Maetel (o Maisha nella versione italiana) è la principessa di La Metal, figlia della regina Prometheum e del dottor Ban. È compagna silenziosa e testimone interstellare di Tetsurō Hoshino mentre attraversa mondi devastati. Curriculum duplice: ambasciatrice del potere regale e sabotatrice morale dell’Impero meccanizzato. Il suo silenzio non è passività, ma scelta radicale: resistere al collasso etico mantenendo lo sguardo fisso sul nero. Il suo profilo estetico—elegante, regale, malinconico—diventa metafora della sopravvivenza del pensiero anche quando tutto crolla. Il libro che tiene in mano, La banalità del male, non è accessorio: è chiave interpretativa. La filosofia che sopravvive nello sterminio non consola: costringe a vedere.


Descrizione dell’immagine

Maetel avanza in solitudine nel gelo dello spazio: il cappotto nero bordato di pelliccia, il cappello astrakhan, i capelli biondi mossi da correnti cosmiche. Tiene aperto il volume di La banalità del male di Hannah Arendt, titolo ben visibile mentre legge camminando. Lo sguardo è assorto, consapevole, segnato dalla malinconia ma ancora animato da un filo di speranza. Dietro di lei un paesaggio crepuscolare di stelle fredde e rovine appena intraviste: tutto tace, ma tutto costringe a guardare.


Commento teorico

Maetel incarna la tensione arendtiana tra pensiero e responsabilità morale. Dice Arendt: il Male più terribile non è spettacolare, ma amministrativo e ordinario. Maetel mostra che continuare a pensare in tempo di sterminio non è retorica: è atto di resistenza interiore. Il suo sguardo lucido è l’unico possibile antidoto all’anestesia. In un testo come Non si può filosofare nello sterminio diventa icona necessaria: visione che non consola, ma impone. Non accetta di rendere invisibile ciò che reclama sguardo e pensiero. Filosofare è resistere all’oblio.


Bibliografia dell’opera

  • Manga italiano: Galaxy Express 999, Planet Manga / Panini Comics, 2005–2011, 21 volumi (edizione definitiva italiana, ora fuori catalogo)

  • Anime in DVD: Galaxy Express 999, Yamato Video, pubblicato in due cofanetti nel 2006–2007 (serie completa), attualmente fuori catalogo

  • Libro nell’immagine: Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, trad. Piero Bernardini, Feltrinelli, Universale Economica Saggi, nuova edizione aprile 2023, 368 pagine, 

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