Scritto da Riccardo Bernini C’è un nodo strutturale che impedisce a Squid Game di assurgere a opera critica, nonostante l’intenzione evidente di volerlo diventare. A partire dalla cosiddetta seconda stagione — e in modo ancora più netto nella terza — la serie mostra la sua incapacità di radicalizzare il discorso che aveva soltanto sfiorato nella prima fase. Le stagioni successive non sono che un’unica, lunga seconda stagione mascherata: un mid season prolungato, che si illude di approfondire lo schema originario ma in realtà ne smussa la violenza, ne diluisce l’urgenza, rendendolo compatibile con l’intrattenimento globale. Ma perché questa serie, prodotta da una piattaforma americana e ambientata in Corea del Sud, è diventata così celebre in Occidente? Perché funziona come uno specchio invertito: ciò che mostra — la brutalità del potere, la compravendita della vita umana, l’assenza totale di giustizia sociale — appare allo spettatore occidentale come una denuncia esotica di un sistem...
Sfuggito all'altare del video, ora domatore di parole