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L'identità occidentale ed il capitalismo

di Riccardo Bernini


Che cosa sta arrivando a noi, dentro una società che appare a brandelli e, nella sostanza, preda dell’irrazionale?

L’Occidente non possiede un’idea mistica o sacra delle cose. Piuttosto, ha costruito una propria concezione dell’esistenza — una concezione che, con sorprendente costanza, disattende le regole che essa stessa ha proclamato. Libertà e democrazia diventano parole vuote, maschere retoriche, quando si tratta di imporre un principio che, nella sua essenza, è capitalistico. Ed è proprio qui il nodo: la convivenza nostra, di esseri viventi e senzienti, dentro un contesto capitalistico, anzi verticalmente capitalistico.

In questa verticalità si consuma anche una distruzione interna dell’identità occidentale. Si può dire, senza timore di smentita, che gli Stati Uniti non rappresentano più l’Occidente — e forse, da un punto di vista autentico, non lo hanno mai rappresentato.
Innanzitutto, gli Stati Uniti non esistono come entità pura, autodeterminata, eletta. L’idea della “grande America” è un mito, e nemmeno dei più originali. L’America è il prodotto di molte culture, di un dialogo costante tra sensibilità diverse, ma è anche frutto di sangue, sacrificio e colonialismo. I primi coloni americani hanno fondato un progetto esplicitamente coloniale — e l’America, prima di tutto, è stata una colonia penale dell’Inghilterra.
Questo non per fare della storia un esercizio polemico, ma per chiarire che l’“americanità” non è un’essenza, non è una qualità ontologica nel senso aristotelico — non esiste, insomma, una americanitas come esiste, per Aristotele, una cavallinità. L’America è un processo, non una sostanza.

E oggi, quel processo vuole autonomizzarsi. L’America — attraverso il suo presidente — non aspira più a essere modello dell’Occidente, ma a essere sé stessa. Vuole staccarsi dall’Europa, che considera zavorra. Vuole mantenere un piede nel mondo che si disegna tra Cina e Medio Oriente.

E lo fa attraverso un individuo che non è affatto sconsiderato, come molti vorrebbero credere. Al contrario, agisce secondo progetto. È un gesto deliberato, quello del presidente americano, non un errore. Non è pazzo: è lucidamente orientato a una nuova visione del mondo.
Dunque no, l’America non è più Occidente. È America. E noi, in Europa, la inseguiamo ancora, ma lo facciamo per necessità strutturali, economiche, geopolitiche. L’Italia, in particolare, resta legata a quel modello dai tempi del patto di Cassibile — ma questo ci porterebbe fuori tema.

Il nostro spazio filosofico comincia da un’altra consapevolezza: quella che chiamiamo “terzo mondo” o “quarto stato” — per usare un’espressione che evoca anche il celebre dipinto di Pellizza da Volpedo — non sono realtà marginali o successive. Sono il primo mondo. Sono all’origine stessa dell’identità occidentale e statunitense.
Gli Stati Uniti si sono edificati sulle macerie di civiltà che hanno scelto di annientare. E nella loro propensione guerrafondaia, hanno continuato a distruggere tutto ciò che ostacolava il proprio modello. Questo è visibile ancora oggi, ed è sufficiente avere un minimo di onestà intellettuale per ammetterlo.
Sì, queste sono opinioni personali, ma mi assumo pienamente la responsabilità di esprimerle. E lo faccio nella convinzione che esse si radichino in una lettura lucida della cronaca contemporanea — cronaca che, se l’umanità sopravvive, diventerà storia. Sempre che non ci travolga prima un olocausto nucleare, la cui possibilità appare sempre meno remota.

Ma la riflessione più importante, forse, è un’altra.
L’essere umano deve ricordarsi che la sua potenza creativa — la capacità di generare, di comporre, di fare il bene, di concepire arte e visione poetica del mondo — è il fondamento stesso della vita. La vita si nutre di questa possibilità: creare, aprire porte, cedere al bene.
E riconoscere che il nostro appetito — ogni desiderio di possesso o consumo — è transitorio. Va governato, non celebrato.

Sì, ci sono sempre nuove complessità. Ma il nodo, ancora una volta, è che abitiamo una concezione capitalistica della realtà. Una concezione materialistica, oggettivante, che io considero inutile.
Inutile non perché inefficace, ma perché priva di senso. Le persone che modellano la propria esistenza secondo i dettami del neo-capitalismo, del turbo-capitalismo, cadono nel vuoto.
Un vuoto ermeneutico. Manca loro una visione.
Sono schiavi della tecnica — e qui riprendiamo un discorso già fatto. In quanto schiavi della tecnica, sono mortali.
I poeti no. I poeti sono immortali perché sfuggono alla macchina, sfuggono alla tecnica.
Entrano nel senso.

Ed è proprio questo il cuore del problema: ritrovare il senso.
Un senso che l’Occidente ha smarrito da tempo, probabilmente nel momento in cui la rivoluzione industriale ha cessato di essere una rivoluzione tecnico-produttiva ed è divenuta una rivoluzione dell’anima. Il prodotto non è più solo prodotto: è diventato spirito, bisogno, desiderio artificiale.
Una società che prima crea il bisogno, e poi lo soddisfa. E così ci siamo allontanati — forse irrimediabilmente — dalla dimensione spirituale, poetica, filosofica.
Questo è il punto.


La ragazza di oggi

Leila Malcal
Kanji: レイラ・マルカル
Romaji: Reira Marukaru
Nome italiano: Layla Malkal
Opera: Code Geass: Akito the Exiled
Autore: Ichirō Ōkouchi (sceneggiatura), Gorō Taniguchi (creazione originale, progetto Code Geass)
Anime: Code Geass: Boukoku no Akito (Sunrise, 2012–2016)
Distribuzione italiana: Pubblicata da Dynit in DVD e Blu-ray, disponibile dal 14 marzo 2013 (volume 1) e successivamente per l’intera serie OVA. 
Manga originale: Code Geass: Boukoku no Akito

  • Autore: Iroki Futsuki

  • Editore giapponese: Kadokawa Shoten

  • Edizione italiana: Inedito


Profilo critico

Figura sospesa tra il rigore militare e un'intimità quasi mistica, Leila Malcal non è mai semplicemente una "comandante": è una crepa nell’autorità, un vuoto luminoso dentro la macchina del potere. Nata nobile ma disillusa dalla propria genealogia britannica, Leila sceglie l’utopia della giustizia, e lo fa dentro uno scenario già in rovina — l’Europa invasa, devastata, schiacciata tra imperi. Il gesto che la definisce non è l’ordine impartito, ma il dubbio trattenuto. Leila osserva, ascolta, comprende prima di parlare.

Nel contesto dell’articolo che accompagna questa immagine, Leila diventa metafora dell’Occidente che si interroga: il suo sguardo su La democrazia in America di Tocqueville non è celebrativo, ma critico. È il gesto di chi, immersa fino al collo nelle contraddizioni dell’ideologia liberal-capitalista, prova a salvare la democrazia dalla sua caricatura.
Come Tocqueville, anche Leila è una sopravvissuta aristocratica che guarda con lucidità l’esperimento democratico e ne teme la degenerazione. Ma, a differenza dei suoi colleghi militari, non sceglie la restaurazione. Sceglie l’alleanza con i fragili, con i disertori della storia, con gli Akito del mondo.


Descrizione dell’immagine

Leila Malcal è seduta in una postura composta, immersa nella lettura del libro La democrazia in America. Indossa la sua divisa militare blu e oro, che nel contesto dell’anime simboleggia il suo ruolo di comandante dell’Esercito dell’Unione Europea, ma che qui appare trasfigurata in un’aura più meditativa che gerarchica. I capelli biondo platino incorniciano uno sguardo assorto, rivolto alle pagine aperte del libro che tiene tra le mani. L’ambientazione è neutra, quasi sacrale, come a voler togliere ogni peso scenico al mondo esterno e isolare il gesto del pensiero. Non ci sono armi, né simboli politici: solo una ragazza e un libro, come dovrebbe essere sempre.


Commento teorico

L’Occidente si è allontanato dal suo senso — dice l’articolo. E Leila, nella sua posa raccolta, sembra interrogarlo. La democrazia in America non è qui uno studio politologico, ma un oggetto relazionale: è ciò che tiene aperta la possibilità di un'altra idea di civiltà, prima che la tecnica la dissolva e il potere la distorca.
Layla/Leila incarna questa soglia: non è ancora sistema, ma non è più innocenza. È coscienza in armi, ma disarmata.
E come Tocqueville, capisce che ciò che conta non è difendere l’Occidente, ma salvare l’umano dal suo stesso riflesso imperiale.


Bibliografia dell’opera

Titolo originale: De la démocratie en Amérique
Titolo italiano: La democrazia in America
Autore: Alexis de Tocqueville

Edizione consigliata (filologica):

  • Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, Milano, BUR Rizzoli, 2022, 2 voll.
    Edizione accessibile (popolare):

  • Alexis de Tocqueville, La democrazia in America, trad. e note di Livio Crescenzi, Milano, Feltrinelli, 2010. 


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