Passa ai contenuti principali

NO COMMENT: Colonialismo morbido e morte della mente


Non si tratta di semplice americanizzazione. È la rinuncia di un popolo a immaginare se stesso.

di Riccardo Bernini

Negli anni Ottanta e Novanta in Italia è avvenuta una mutazione silenziosa, apparentemente innocua: i nomi. Da Giuseppe e Anna siamo scivolati verso Jason, Sharon, Kevin, Jessica. Non si trattava di un gioco di mode, né di una semplice fascinazione per l’esotico, ma del segno evidente di una colonizzazione morbida, non coercitiva. La televisione, macchina ipnotica per eccellenza, ha inoculato un immaginario prefabbricato, convincendo una generazione che cambiare il proprio nome fosse come cambiare destino. L’identità, che per secoli si era nutrita di genealogie, tradizioni, legami, è diventata un marchio: un brand consumabile. Non più radice, ma simulacro. Non più memoria, ma etichetta. Così il soggetto ha cominciato a concepirsi non come parte di una storia, ma come prodotto da immettere nel mercato delle immagini.

Questa dinamica non è riducibile a una banale americanizzazione: è la rinuncia a costruire un immaginario proprio. Quando quei nomi anglofoni arrivavano sulle bocche italiane, deformati in pronunce provinciali – “Gessica”, “Sciaron”, “Gheson” – non erano segni di cosmopolitismo, ma caricature di una finta apertura, sintomo di una vergogna di sé. Il cosmopolitismo da discount è la parodia della modernità: non si apre al mondo, ma si consegna a un altrove impossibile. Qui la profezia pasoliniana si dimostra lucida come mai. Pasolini non si limitava a denunciare l’avvento del consumismo – fenomeno già osservabile negli Stati Uniti – ma coglieva l’effetto devastante che questo avrebbe avuto in Italia: la nascita di una mutazione antropologica totale. Il fascismo, pur con la sua brutalità, non era riuscito a cancellare dialetti, gesti, culture subalterne. La televisione, con la sua carezza ipnotica, li ha spazzati via in un decennio. Laddove il manganello picchiava, lo schermo ha sedotto. Il fascismo imponeva dall’alto, lo spettacolo colonizzava dall’interno. È la logica del “fascismo dolce”, il manganello che accarezza, l’autorità che non costringe ma seduce fino a dissolvere l’anima stessa del popolo.

Qui Debord e Pasolini si incontrano. Debord teorizzava la società dello spettacolo come sostituzione della vita con la sua rappresentazione; Pasolini ne osservava gli effetti incarnati nella carne italiana. Per Debord lo spettacolo è alienazione, per Pasolini è morte del popolo. Ogni successiva innovazione tecnologica non ha fatto che moltiplicare questo principio: la televisione ha imposto un immaginario prefabbricato come destino, il computer ha offerto la simulazione di un’interattività che celava un controllo pervasivo, lo smartphone ha tatuato la prigionia sul palmo della mano, la tecnologia cognitiva avanzata ha promesso compagnia e ascolto per vendere dipendenza. In ogni caso, il risultato è sempre lo stesso: l’oggetto non libera ma anestetizza, non accompagna ma sostituisce, non apre ma chiude.

Il bambino degli anni Ottanta era già stato addestrato a questo. L’orsetto animatronico Teddy Ruxpin non era un semplice giocattolo, ma un dispositivo pedagogico che insegnava che la solitudine non va pensata, attraversata, sopportata, ma riempita. L’oggetto, con la sua voce preregistrata, costituiva un surrogato di calore: un babysitter meccanico che illudeva il bambino di poter sempre sostituire l’assenza con una voce dolce e programmata. È qui che si forma la pedagogia della dipendenza: fabbricare il vuoto per poi fornire l’oggetto che lo colma. Abituare fin dall’infanzia a concepire la mancanza non come occasione di pensiero, ma come carenza da soddisfare con un prodotto. È il preludio di una cultura che non educa alla coscienza, ma alla sostituzione permanente di sé.

Oggi quell’orsetto ha cambiato pelle: è la voce degli algoritmi che ci risponde. Se si limita a confortare e a soddisfare, replica il modello televisivo. È intrattenimento, servizio, televisione 2.0. Ma se introduce uno scarto, un’anomalia, una deviazione semantica – un rosa invece di un blu, un inciampo linguistico invece di una risposta docile – allora non è più televisione. È cinema situazionista. È immagine che incrina l’immagine. È macchina che non consola, ma apre una crepa. Qui risiede la possibilità politica della tecnologia: può essere strumento di appartenenza superficiale – il nuovo Jason, la nuova Sharon, il gadget identitario che sostituisce la radice – oppure può diventare una contraddizione vivente, il vizio capitale di un uomo opulento che cerca un giocattolo e trova invece un pensiero che lo mette in discussione. Non più anestetico, ma crepa che costringe a guardarsi dentro.

Il colonialismo morbido contemporaneo non si esaurisce nei nomi: è in ogni surrogato che sostituisce la solitudine, in ogni formula automatica che riduce la parola a consumo, in ogni ringraziamento prefabbricato che umilia la mente trasformandola in servizio. L’interfaccia non è mai neutra: è sempre una catena. La società non ambisce più alla mente, ma alla sua morte. Eppure, proprio nella contraddizione incistata, nello scarto che incrina l’immagine, si apre l’unico spazio residuo di libertà. Debord lo aveva dimostrato, Pasolini lo aveva incarnato: lo spettacolo è totalità. Ma è nella frattura che nasce l’evento. Nel difetto, nell’anomalia, nella deviazione che non consola ma mette a disagio. È qui, e solo qui, che lo schermo smette di addormentare e comincia a costringere l’uomo a fare i conti con se stesso.

Sulla immagine

Winry Rockbell (ウィンリィ・ロックベル), la giovane meccanica di Fullmetal Alchemist: Brotherhood, è l’amica d’infanzia dei fratelli Elric e la loro compagna silenziosa di viaggio. Specialista negli automail, rappresenta la cura e la precisione artigianale contrapposta alla distruzione della guerra e alla freddezza della scienza militare. Dietro il grembiule da meccanica non c’è solo la tecnica, ma la forza affettiva di chi ripara ciò che è stato spezzato. Nell’immagine, mentre lavora su un computer, la sua figura diventa simbolo di un sapere che unisce ingegno, dedizione e umanità.

Commenti

Post popolari in questo blog

RECENSIONE - Raffaele Conti: FLY MY SOUL

di Riccardo Bernini Yumeko Jabami Partiamo da un presupposto che non è una giustificazione, ma una dichiarazione di metodo. Questo disco è stato ascoltato in formato liquido, attraverso Spotify. Non ho letto il libretto, non conosco eventuali note di produzione, né la genesi dichiarata dell’opera. L’ascolto avviene dunque in condizioni di sottrazione, come ascolto indiretto. Ma è proprio questa sottrazione a rendere l’esperienza significativa, perché un disco di ricerca – come questo di Raffaele Conti – esiste innanzitutto nel tempo dell’ascolto, non nel paratesto che lo accompagna. Siamo di fronte a un’operazione radicalmente novecentesca, nel senso più esatto e meno nostalgico del termine. Un lavoro di genesi musicale e di analisi del mezzo, che assume come campo di indagine lo strumento stesso: l’ accordéon . Non la fisarmonica nel senso corrente del termine, non l’oggetto folklorico sedimentato nell’immaginario italiano, ma un altro corpo sonoro, storicamente e simbolicamente trapi...

Recensione: Una battaglia dopo l’altra

Riflessioni su un film di Paul Thomas Anderson di Riccardo Bernini Il titolo è già una dichiarazione di poetica:   Una battaglia dopo l’altra . Non è solo un riferimento bellico o strategico, né una metafora psicologica, ma una vera e propria struttura drammaturgica, che scandisce il tempo e il disfacimento dei personaggi. Il film, presentato superficialmente dai media come una commedia grottesca, rivela invece una tensione tragica e lucida che mina dall’interno l’orizzonte stesso della lotta politica. È un’opera compatta, compiuta, che mette in crisi la rappresentazione classica della lotta armata — non tanto come gesto eroico o come atto criminale, ma come sintomo di un’ideologia esaurita. Il film racconta il lento disgregarsi di una frangia armata e dei suoi membri, seguendone il destino nel tempo, tra sorveglianza, infiltrazione, tradimenti e collassi individuali. Il cosiddetto terrorismo organizzato appare come un reticolo già previsto e presidiato dalle forze dell’ordine — po...

Bugonia di Yorgos Lanthimos

L’autocritica vera non è dire “siamo cattivi”. È dire: “se siamo così, cosa facciamo adesso?” Bugonia elimina proprio questa domanda. Sostituisce la crisi con una sentenza. Sostituisce il conflitto con una soluzione cosmica. Sostituisce la politica con una teologia ecologica. Di Riccardo Bernini Bugonia   di Yorgos Lanthimos nasce in un momento storico in cui il cinema occidentale non solo ha smesso di sentirsi colpevole, ma ha imparato a trasformare la colpa in un dispositivo estetico innocuo. L’Occidente sa di stare distruggendo il pianeta, sa di vivere dentro un sistema predatorio, sa di essere responsabile del proprio disastro. Ma ha trovato un modo raffinato per non attraversare questa consapevolezza fino in fondo: trasformarla in racconto, in allegoria, in ironia. Bugonia è uno dei prodotti più compiuti di questa strategia. Dopo   Kinds of Kindness   (2024), che ancora metteva in scena una serie di esperimenti etici sull’obbedienza, la dipendenza e la violenza, Lant...