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Bugonia di Yorgos Lanthimos

L’autocritica vera non è dire “siamo cattivi”.
È dire: “se siamo così, cosa facciamo adesso?”

Bugonia elimina proprio questa domanda.
Sostituisce la crisi con una sentenza.
Sostituisce il conflitto con una soluzione cosmica.
Sostituisce la politica con una teologia ecologica.


Di Riccardo Bernini



Bugonia di Yorgos Lanthimos nasce in un momento storico in cui il cinema occidentale non solo ha smesso di sentirsi colpevole, ma ha imparato a trasformare la colpa in un dispositivo estetico innocuo. L’Occidente sa di stare distruggendo il pianeta, sa di vivere dentro un sistema predatorio, sa di essere responsabile del proprio disastro. Ma ha trovato un modo raffinato per non attraversare questa consapevolezza fino in fondo: trasformarla in racconto, in allegoria, in ironia. Bugonia è uno dei prodotti più compiuti di questa strategia.

Dopo Kinds of Kindness (2024), che ancora metteva in scena una serie di esperimenti etici sull’obbedienza, la dipendenza e la violenza, Lanthimos firma qui un film formalmente perfetto, impeccabile nella costruzione del suo universo visivo, nella direzione degli attori, nella coerenza del tono. È un’opera di autore nel senso pieno del termine. Ma è proprio questa perfezione a renderla politicamente sterile.

Il film viene letto come una satira del complottismo e della paranoia contemporanea. Ma questa lettura è insufficiente. Bugonia fa qualcosa di più sottile e più pericoloso: trasforma il complottista in una figura oracolare. La sua follia non viene davvero smentita. Al contrario, viene confermata da una rivelazione finale che la legittima: l’alieno esiste, la cospirazione è reale, la minaccia è oggettiva. La paranoia diventa una forma di sapere.

Questo dispositivo è già inquietante di per sé, ma lo diventa ancora di più se si considera che Bugonia è una riscrittura di Save the Green Planet! (Jang Joon-hwan, Corea del Sud, 2003), un film che portava la stessa struttura fino all’autodistruzione totale, senza offrire vie di fuga consolatorie. Là l’esplosione del pianeta chiudeva ogni spazio di pacificazione. Qui, invece, la catastrofe viene amministrata, razionalizzata, resa “etica”.

Ed è qui che il film compie il suo vero slittamento ideologico. Bugonia non nega che l’umanità sia responsabile della distruzione del pianeta. Lo dice esplicitamente. Ma lo dice in un modo che annulla la possibilità stessa dell’autocritica. Perché la responsabilità viene riconosciuta solo per essere immediatamente sottratta al soggetto umano. Noi siamo colpevoli, sì. Ma non siamo noi a dover decidere cosa fare di questa colpa.

La decisione viene delegata a un’istanza esterna: l’alieno.
Non è l’alieno a causare il disastro. È l’alieno a giudicarlo.
Non è un principio del male. È un tribunale cosmico.

In questo modo la colpa viene trasformata in un verdetto. E un verdetto non chiede trasformazione, non chiede conflitto, non chiede cambiamento. Chiede solo di essere eseguito. L’umanità non è chiamata a fermarsi, a rivedere i propri desideri, a uscire dal proprio delirio di centralità. È semplicemente condannata.

Itsuki Sumeragi


Questo è il punto in cui Bugonia diventa realmente autoassolutorio. Non perché neghi che siamo distruttivi, ma perché ci solleva dal peso di dover fare qualcosa rispetto a questa distruttività. Sì, siamo lupi per gli altri uomini. Sì, stiamo devastando il mondo. Ma non dobbiamo attraversare questa verità come esperienza. Arriva qualcuno a dirci che non valiamo la pena di continuare, e tutto si chiude lì.

Il potere economico globale, incarnato dalla figura della grande industriale che si rivela una principessa aliena, viene così sottratto alla storia e collocato nella teologia. Il capitalismo, l’estrazione, la devastazione non sono più esiti di un processo umano che potrebbe essere interrotto, ma i segni di una razza altra che ha preso il controllo. Ancora una volta, la responsabilità viene spostata fuori.

Il complottista, in questo schema, non è più colui che semplifica il mondo per non affrontarlo. È colui che ha intuito in anticipo il verdetto che verrà pronunciato. Non è delirante: è in sintonia con l’istanza che governa il reale.

Tutto questo avviene dentro una macchina estetica elegantissima. Lanthimos costruisce mondi, atmosfere, immagini di grande potenza. Ma la sua ironia non è quella feroce di un Ferreri, capace di distruggere ogni alibi. È un’ironia che protegge lo spettatore, che gli permette di riconoscere la catastrofe senza esserne mai toccato davvero.

Bugonia è un film che parla di fine del mondo senza mai chiedere allo spettatore di sentire il peso della propria fine. Un cinema che sa di essere dentro l’apocalisse, ma che la guarda come uno spettacolo amministrato da qualcun altro.

Ed è questo, in ultima istanza, il suo limite più grave: trasformare la consapevolezza in rassicurazione, la colpa in verdetto, la crisi in un elegante atto di furbizia d’autore.


La ragazza di oggi
Nome (Romaji): Sumeragi Itsuki
Kanji: 皇 伊月
Nome internazionale: Itsuki Sumeragi
Opera: Kakegurui – Compulsive Gambler
Autore/Autrice: Homura Kawamoto (testi), Tōru Naomura (disegni)
Anime: Kakegurui, produzione MAPPA, trasmesso dal 1º luglio 2017
Distribuzione italiana: Doppiatrici italiane: Mariagrazia Cerullo (stagione 1), Emanuela Ionica (stagione 2)
Manga originale: Autore Homura Kawamoto, disegni Tōru Naomura, serializzato su Gangan Joker (Square Enix) dal 22 marzo 2014


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