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La disfatta degli intellettuali

di Riccardo Bernini


È impossibile non notare quanto il panorama intellettuale italiano si trovi oggi in uno stato di prostrazione. Gli esponenti delle generazioni precedenti continuano a ragionare secondo paradigmi fossilizzati: la televisione, la radio, la stampa — i vecchi mezzi del cosiddetto "quarto potere" — restano per loro i luoghi esclusivi del dibattito, i pulpiti da cui pronunciare sentenze, come se nulla fosse mutato nella struttura stessa della comunicazione.

Eppure, ciò che risulta più grave non è tanto l’arretratezza dei mezzi, quanto la sterilità dello sguardo. Sotto l’egida di un presunto liberalismo — che si richiama alla libertà di espressione solo per screditare ogni forma di dissenso reale — molti di questi intellettuali si abbandonano a una derisione sistematica dei nuovi scenari internazionali. Non argomentano: irridono. Non cercano la verità: la disinnescano con la retorica. E in questo gesto, che è insieme codardo e prepotente, si svela un tratto inquietante e ben noto alla nostra storia: la tentazione autoritaria.

Quella stessa tentazione che affascina da sempre una parte non trascurabile della cultura italiana, affetta da un’irredimibile nostalgia per il condottiero. Che sia l’uomo forte, il leader carismatico, o il profeta mediatico, poco importa. L’intellettuale italiano — non tutti, ma troppi — sembra volerlo ancora: qualcuno che decida al posto di un popolo privo di idee. Qualcuno che ristabilisca un ordine, anche violento, purché sia ordinato.

Maeri Saotome*


Nel frattempo, su altri fronti, il dibattito si avvelena. Gli stessi che si professano paladini della libertà e della civiltà si mostrano incapaci di nominare, senza imbarazzo o contorsioni semantiche, ciò che avviene sotto i nostri occhi: una strage. Non usiamo, per ora, la parola “genocidio”, poiché essa è oggi carica di implicazioni giuridiche e retoriche. Ma dire “strage”, “pulizia etnica”, “eliminazione sistematica di una popolazione” non è un atto diffamatorio: è una constatazione. Ed è documentata. Le dichiarazioni pubbliche di ministri israeliani — che parlano di "completare il lavoro", minacciando la caduta del governo se ciò non avverrà — sono disponibili in rete, in archivi video e audio facilmente reperibili. Nessuna illazione: solo una cronaca che nessuno osa più fare.

Ma qui si tocca un punto che resta, forse, il più doloroso. Ogni volta che si esprime una critica radicale all’operato del governo israeliano, si viene accusati di antisemitismo. E allora va detto con chiarezza: il sionismo non coincide con l’ebraismo. Questa è una posizione filosofica, prima ancora che politica. È una distinzione necessaria, e chi non la coglie è complice della confusione che oggi consente ai crimini di farsi invisibili. Il sionismo è una dottrina politico-militare moderna, mentre la cultura ebraica è una tradizione millenaria, intrisa di spirito, memoria e senso del sacro. Il sionismo, in quanto ideologia statuale e tecnologica, rischia di tradire proprio quell’anima sacra che ha reso l’ebraismo una delle grandi vie dell’umanità.

Qui il pensiero di Heidegger ci è utile, benché spinoso: egli ha descritto come la tecnica, quando diventa totalizzante, espella ogni esperienza del sacro. In questa prospettiva, l’apparato militare-tecnologico israeliano — proprio perché volto alla potenza, alla gestione, alla dominazione — si allontana dallo spirito profondo del popolo che pretende di rappresentare. E questo è un dolore immenso, non un’accusa.

Ma torniamo all’Italia. Il problema è anche nostro. È nostro ogni volta che la cultura, invece di illuminare, si piega al potere. È nostro ogni volta che YouTuber, editorialisti e intellettuali di bandiera recitano la parte dei nuovi pensatori mentre, in realtà, ricalcano gli schemi più vetusti del pensiero unico. Se questa è la nuova avanguardia culturale, il vuoto che ci attende sarà più profondo di quello che credevamo.

E io mi trovo, oggi, a scrivere con vergogna. Non per ciò che penso, ma per ciò che vedo nel mio Paese. Un Paese che ha perso il gusto del dubbio, il coraggio del linguaggio, la capacità di distinguere tra giustizia e propaganda. Ed è in questa afasia che l’intellettuale vero, quello che non ha paura delle parole, deve tornare a parlare. Anche a rischio di farsi male. Anche camminando, come ora, sui vetri rotti.


Maeri Saotome

Protagonista della serie Kakegurui, disegnata da Tōru Naomura su soggetto di Homura Kawamoto, Maeri è la rivale instabile e lucidissima di Yumeko Jabami. La sua figura, già presente nella Scuola di Atene, viene qui evocata nella biblioteca del silenzio come riflesso scettico della parola che brucia. Il corpo resta identico, l’uniforme quella dell’accademia Hyakkaou, ma il gesto si fa teorico, trattenuto, quasi ironico. È lei che ora impone il silenzio, come se stesse per ridere.

per la scheda completasi vedano gli articoli precedenti

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