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Madonna di Israele

Scritto da Riccardo Bernini



In una recente dichiarazione pubblica, il Ministro della Difesa italiano Antonio Tajani ha proposto un'interpretazione simbolica della bandiera dell’Unione Europea che merita di essere esaminata con attenzione filologica e consapevolezza storico-religiosa. Secondo quanto affermato, le dodici stelle del vessillo europeo alluderebbero tanto alle dodici tribù di Israele quanto a una concezione mariana di matrice cattolica, nella quale la bandiera verrebbe letta come un riferimento implicito al manto della Vergine.

Tale lettura, intesa evidentemente in chiave di elogio alle cosiddette "radici giudaico-cristiane" dell’Europa, solleva però questioni teologiche e culturali non trascurabili. Dal punto di vista dell’ebraismo contemporaneo, la figura di Gesù di Nazareth non è riconosciuta né come Messia né come profeta, bensì come un maestro itinerante della Galilea, e in alcuni casi come un navi sheker (falso profeta), secondo letture talmudiche e rabbiniche tradizionali. Di conseguenza, la Madonna — figura centrale nella cristologia cattolica — non può essere considerata, all’interno del pensiero ebraico, la madre del Messia atteso, né tantomeno oggetto di venerazione o simbolo condiviso.

Risulta dunque evidente come il riferimento simultaneo alla Vergine Maria e alle dodici tribù di Israele, proposto come sintesi identitaria tra ebraismo e cristianesimo, non trovi fondamento né nel dettato teologico ebraico né in una corretta ermeneutica interreligiosa. L’espressione "radici giudaico-cristiane", frequentemente impiegata nel discorso pubblico europeo, tende spesso a oscurare piuttosto che illuminare la complessità dei rapporti storici e dottrinali tra le due tradizioni, rischiando di appiattire le profonde divergenze escatologiche e messianiche che le caratterizzano.

In questo senso, la dichiarazione del ministro può essere considerata, più che un ponte tra culture, un inciampo culturale che rivela una certa superficialità nella comprensione delle dinamiche teologiche che intercorrono tra cristianesimo e giudaismo. Proprio per questo motivo, ogni allusione simbolica che coinvolge le due tradizioni dovrebbe essere formulata con la massima cautela, tenendo conto del rischio di proiezioni indebite e di semplificazioni ideologiche.

La Ragazza di oggi

Maya Kitajima

Kanji: 北島マヤ
Romaji: Kitajima Maya

Opera: Glass no Kamen () Autrice: Suzue Miuchi

Anime:

Glass Mask (1984, 22 episodi) - trasmesso in Italia con il titolo Il grande sogno di Maya

Glass Mask (2005, 51 episodi) - inedito in Italia

OAV:

Glass no Kamen: Sen no Kamen o Motsu Shõjo
(1998-1999, 3 episodi) - noto in Italia come La maschera di vetro

Edizione italiana (manga): Il grande sogno di Maya, Star Comics, 1992-in corso

Profilo critico

È con il volto assorto e il taccuino stretto al petto che Maya Kitajima, icona della sensibilità tragica e teatrale, si appresta a registrare un’altra piccola catastrofe culturale. Non una tragedia da palcoscenico, ma un inciampo semantico, un’aberrazione simbolica che nasce dall’uso incauto e disinvolto del linguaggio da parte di un esponente di governo. Quando il ministro Tajani, in un impeto di enfasi identitaria, attribuisce alla bandiera europea un doppio significato — il manto della Vergine e le dodici tribù di Israele —, Maya alza un sopracciglio. E poi prende nota.

Perché c’è qualcosa di profondamente stonato in questa improvvisata sinfonia simbolica. In primo luogo, perché il cristianesimo e l’ebraismo, pur condividendo una parte del loro tracciato storico, divergono radicalmente proprio nel punto che ne definisce l’identità: la figura di Gesù. Per il pensiero ebraico, Gesù non è il Cristo, né un profeta, ma al massimo un maestro errante. Parlare di “radici giudaico-cristiane” come se si trattasse di una tradizione omogenea, di un abbraccio teologico senza frizioni, è dunque storicamente scorretto, e culturalmente irresponsabile.

Maya lo sa. Maya, che ha imparato sulle tavole del teatro l’importanza del dettaglio e della coerenza interna, fiuta immediatamente la retorica goffa, lo scivolone simbolico, l’ignoranza travestita da ispirazione. E senza alzare la voce, ma con la forza silenziosa di chi sa ascoltare la dissonanza, registra tutto: la forzatura mariana, la sovrapposizione indebita, il tentativo fallace di costruire un’identità europea a partire da una convergenza che, semplicemente, non c’è.

Non per polemica, ma per rigore. Non per denigrare, ma per impedire che si continui a chiamare “unità culturale” ciò che è, in realtà, una rimozione delle differenze. Maya annota, perché sa che certe cose brutte non sono solo goffe: sono pericolose. E vanno smascherate con precisione, compostezza e – quando serve – con un fiore di sarcasmo tenuto in tasca, accanto alla matita.

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