Scritto da Riccardo Bernini
Siamo stanchi. Ma non del personaggio: del culto.
Del culto cieco, settario, talebano che ha divorato ogni possibilità di pensiero intorno ai supereroi. È diventato impossibile parlare, analizzare, criticare. Perché il nuovo cinema supereroistico non è più cinema: è una religione mercantile. Un’assolutezza tossica. Un luogo dove si litiga, si milita, si idolatra. Dove lo spettatore non guarda più: si schiera. Dove il film non viene visto: viene difeso.
E Superman è stato il primo a essere sacrificato.
Oggi non si discute più se un’opera sia riuscita o meno: si misura la fedeltà al sogno del fan. Un sogno infantile, regressivo, fatto di calzamaglie e frame “iconici” da spacciare online. Ma chi sogna così, sogna male. Sogna il feticcio, non l’idea. Sogna il pupazzo, non il concetto. È questo il vero crimine: la trasformazione di un simbolo etico in un brand performante.
Superman non nasce per essere amato: nasce per essere compreso.
E non è mai stato un superuomo.
È l’anti-Übermensch.
Non è il dominatore. È il profeta che nessuno vuole ascoltare. È il figlio di un mondo morto, lanciato nello spazio da un padre che sapeva e non fu creduto. Jor-El non elegge la Terra: la sceglie per disperazione. Perché Krypton si spegne. Perché la scienza è inascoltata. Perché la civiltà avanzata è anche la più cieca. Allora manda il figlio. E basta questo a capire tutto: Superman non è mandato per salvare, ma per salvarsi.
Clark Kent è l’identità dell’adattamento. È l’uomo che finge di essere più debole per essere accettato. È la maschera dell’alieno che desidera diventare umano. E in quella maschera si gioca la tragedia.
Perché Superman è invincibile. Ma non vuole esserlo.
È un dio costretto a travestirsi da spettro impacciato, per nascondere la verità insopportabile: che potrebbe dominare, ma sceglie di non farlo.
E questo, oggi, è completamente dimenticato.
Il cinema lo ha ridotto a una scocca lucente, a un contenitore di effetti visivi. Gli ha tolto la malinconia. Gli ha tolto la colpa. Gli ha tolto la domanda. Gli ha tolto tutto.
Perfino il dramma.
Lo si è messo a combattere, a distruggere, a volare da un grattacielo all’altro. Lo si è costretto alla guerra per tenerlo occupato. Gli si è contrapposto Doomsday, il giorno del destino, perché nelle edicole americane non vendeva più. Lo si è fatto morire per farlo rivendere. Una mossa di marketing. Una resurrezione prezzata. Ma il vero Doomsday non è un nemico: è il giorno in cui Superman smette di significare.
Superman non è nato per vincere.
È nato per comprendere.
È un’allegoria dell’immigrazione, del sacrificio, dell’ebraismo laico. È un Cristo che non torna al Padre, perché il suo Padre è morto. È un Messia che non può salvare, perché la sua salvezza implicherebbe il dominio.
E lui non vuole dominare.
La sua invincibilità è un trauma.
La sua forza è la sua punizione.
Non può sbagliare. Non può essere debole. Non può morire. Per questo è solo. Più solo di qualunque essere umano. Lo capisce il bambino che lo legge nel 1938, con gli occhi pieni di fame e la bocca ancora sporca di carbone. Lo capiva Alan Moore. Lo capiva Frank Miller. Ma il cinema, no. Il cinema non ha mai capito niente.
Il cinema pensa al prodotto.
Il fumetto pensava all’anima.
E così oggi Superman recita soliloqui nel vuoto, nel mezzo di battaglie insensate, con dilemmi morali che sembrano cartigli dei Baci Perugina. Tutto è semplificato, normalizzato, reso digeribile. Ma Superman non è digeribile. È una pietra. È un’eredità non compresa. È un trauma metafisico che chiede: perché io?
E quella domanda nessuno vuole più ascoltarla.
Superman dovrebbe essere il luogo dove si pensa il limite.
Non un’icona da replicare in CGI.
Non un’arma da merchandising.
Non un dio buono e vuoto da amare nei poster.
Oggi abbiamo di nuovo bisogno di lui. Ma del vero lui.
Del figlio che piange un mondo scomparso.
Dell’uomo che vuole solo scomparire nella folla.
Di quello che non chiede di essere seguito, ma di essere lasciato in pace.
Finché questo non accadrà, Superman resterà un pupazzo.
Un simbolo svuotato.
Un’idea tradita.
Un sogno che non sa più sognare.
La ragazza di oggi
Kara Zor-El
Kanji: カラ・ゾー=エル
Nome italiano: Kara Zor-El / Supergirl
Opera: Supergirl: Woman of Tomorrow
Autori: Tom King (testi), Bilquis Evely (disegni), Matheus Lopes (colori)
Anime: nessuno
Distribuzione italiana: Panini Comics / DC Italia
Manga originale: non esiste (opera statunitense, non ha versione manga)
Profilo critico
Kara Zor-El è la cugina di Kal-El. Ma questa volta, finalmente, non è solo una derivazione, un riflesso o una declinazione minore del mito maschile. In Supergirl: La donna del domani — miniserie in otto numeri pubblicata da DC Comics tra il 2021 e il 2022 e tradotta in Italia da Panini Comics nel 2023 — Kara si emancipa dal peso dell’archetipo e si offre come figura tragica, violenta, eppure luminosa.
Tom King riscrive Supergirl come un corpo errante e furente, esiliato ai margini dell’universo, in una parabola che fonde western e filosofia stoica, mitologia e lutto. Lungi dall’essere la "ragazza" della speranza, Kara diventa qui una guerriera del crepuscolo, malinconica e impari, che attraversa pianeti sconosciuti per mantenere una promessa fatta a una ragazza qualunque — Ruthye — in un mondo dimenticato.
A dispetto della cornice fantascientifica, questa Kara è umanissima, martoriata, sconfitta più volte. È la testimone di un’epoca che non vuole più sapere nulla di ideali. Porta addosso la memoria perduta di Krypton, ma senza più nostalgia. Non cerca redenzione: la incarna. E il suo sguardo, magnificamente illustrato da Bilquis Evely, non è quello dell’eroina classica, ma della straniera che sopravvive al sogno infranto.
Kara è Superman senza la maschera dell’ottimismo. È il dolore della perdita portato fino alle estreme conseguenze. È la figlia del domani che nessuno ha voluto vedere nascere, ma che adesso è tornata. Senza patria. Senza scopo. Con una spada, e nient’altro.
Descrizione dell’immagine
Kara Zor-El siede sulla riva di un mare alieno, il corpo stremato, il costume lacero, intriso di sabbia, ferite e sangue. Il mantello rosso la avvolge come una coperta troppo leggera contro un trauma troppo grande. La S della casata degli El si intravede ancora sul petto, ma sbiadita, come se anche il simbolo non avesse più la forza di reggere il peso del mondo. Alle sue spalle, una spada insanguinata è conficcata nella sabbia: non brandita, non esibita, ma abbandonata. L’elsa reca una piuma azzurra, flebile, quasi ridicola, segno di una battaglia che non voleva combattere.
L’ambiente è lisergico: la vegetazione extraterrestre si avvolge su sé stessa, come spire molli di un sogno tossico. Un’enorme struttura a spirale, simile a un artiglio o a un organo morente, si staglia dietro di lei, legata da corde che sembrano inutili, come se nulla potesse più essere trattenuto.
Ma il punto non è il paesaggio. È lo sguardo.
Kara guarda in alto, verso un cielo che non le risponde. Non c’è sfida, non c’è speranza. C’è attesa. C’è sfinimento. C’è quella forma nobile e inaccettabile di tristezza che non chiede più nulla.
È la posa di chi ha appena perso tutto e si rifiuta di piangere.
È la posa di chi ha ucciso e non si perdona.
Tutto nell’immagine parla di un’eroina che non ha più un posto, non ha più un nemico, non ha più una patria. Ma non ha mai avuto così tanta forza.
Commento teorico
La scelta di usare Kara Zor-El per accompagnare un testo su Superman non è affatto un atto derivativo, ma un gesto radicale. Kara non è una "versione femminile": è ciò che Superman non può essere. È la sua ombra esistenziale. Dove Kal-El è costretto alla perfezione, Kara è libera di essere imperfetta. Dove Superman simboleggia l’assoluto, Supergirl rappresenta il margine. In questa narrazione, finalmente, la donna del domani non è una profezia luminosa, ma una domanda irrisolta. E questo la rende vera, necessaria, attuale.
Bibliografia dell’opera
Edizione consigliata (filologica):
Supergirl: Woman of Tomorrow
DC Black Label, 2022
(Testi di Tom King, disegni di Bilquis Evely, colori di Matheus Lopes)
Edizione italiana (reperibile):
Supergirl: La donna del domani
Panini Comics / DC Italia, 2023
Cartonato, 208 pp.
Traduzione italiana di Andrea Toscani

Sono d’accordo ottimo lavoro
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