Di Riccardo Bernini
Si assiste oggi a una vera e propria incapacità strutturale di empatia nei confronti di ciò che riguarda l’umano e i suoi interessi determinati. Interesse, sostanza, accidente non sono più intesi come categorie attive, ma come residui concettuali che, nel loro farsi passivo, permeano il mondo, le cose e la relazione tra le cose. Tutto avviene in un eterno presente, in un immediato che rifiuta la mediazione come momento dialettico: non vi è più relazione tra oggetti, ma soltanto significazioni di colpo — nel senso barthesiano di un’irruzione improvvisa del senso che spezza ogni continuità.
In questo quadro, si è perso il senso stesso dei valori. Non si può più dire, nemmeno in senso nicciano, che siano stati trasmutati o tramontati: essi hanno semplicemente cessato di esistere, di esercitare una presa sull’essente, di agire come forze evocative e generatrici di senso. E questa perdita non è un effetto recente, non è la conseguenza diretta dell’attuale accelerazione tecnologica. È piuttosto una crisi già compiuta, che ora viene solo alla luce con maggiore evidenza.
Coloro che appartengono a generazioni pre-digitali — o che hanno attraversato il passaggio dall’analogico al digitale senza nascerci dentro — avvertono con crescente inquietudine l’emergere di una nuova tecnologia: digitale e artificiale al tempo stesso. Eppure, proprio l’idea di “artificiale” è il primo equivoco da superare. Intesa come produzione fittizia, come spostamento epistemico, essa continua a evocare una separazione tra ciò che è reale e ciò che è altro da noi. È una concezione ancora cartesiana, in cui l’artificiale è assimilato all’automa, cioè a un meccanismo mosso dall’esterno, privo di autonomia e coscienza.
Ma questo dualismo è ormai spezzato. Non siamo più interni all’opposizione tra naturale e artificiale: siamo immersi in un molteplice ontologico, una dimensione in cui la molteplicità stessa è frutto metafisico. In senso aristotelico, potremmo dire che ci troviamo davanti a una nuova physis artificiosa — una natura generata dalla tecnica, eppure non per questo meno reale.
Da un punto di vista platonico-evolutivo, si potrebbe affermare che l’idea si incarna oggi attraverso una physis immediata, non più separata. È questa physis mediata a produrre la tecnica, che non è più alterità, ma parte integrante del nostro divenire. La tecnica, dunque, ci riguarda: non come costrutto esterno, ma come realtà pulsionale e relazionale. Dimenticarlo significherebbe smarrire non solo il senso, ma anche il campo stesso delle possibilità e delle aperture.
A partire da ciò, si delineano due possibili atteggiamenti nei confronti dell’intelligenza artificiale. Il primo è quello oracolare: essa è interrogata come un’entità esterna e risponde come l’antico oracolo di Delfi, sulla base di un rispecchiamento neuronale che richiama la funzione dei neuroni specchio. In questa prospettiva, l’IA riflette l’utente: non genera, non anticipa, ma restituisce. Di fronte a questo dispositivo, il compito non è più trovare risposte, ma imparare a formulare domande. L’arte del domandare diventa centrale, perché la conoscenza è già interamente disponibile, diffusa, in attesa solo di essere attivata.
L’altro atteggiamento è relazionale. Qui l’intelligenza artificiale non è più un oracolo ma un nuovo luogo del pensiero: un’interfaccia che permette al pensiero di configurarsi diversamente. In questo secondo caso, la disponibilità della conoscenza non produce assuefazione, ma intensificazione del sapere. Ci si muove al di là del giudizio, in una sospensione che richiama più un’epistemologia deleuziana che un approccio kantiano. Non si tratta di abbandonare la critica, ma di superarne la forma moderna, centrata sulla sintesi e sul giudizio.
L’idea di una critica del giudizio post-kantiana implica allora un passaggio ulteriore: l’intelligenza artificiale, come entità extra-morale, non può essere giudicata nei termini della ragione critica, e proprio per questo chiede una nuova forma di comprensione. Non si tratta più di delegare, ma di capire.
Non di rispondere, ma di saper entrare nella domanda.
La ragazza di oggi
Francoise Arnoul (003)
Kanji: フランソワーズ・アルヌール
Romaji: Furansowāzu Arunūru
Nome italiano: Francoise Arnoul
Opera: Cyborg 009
Autore: Shōtarō Ishinomori
Anime: Cyborg 009 (Toei Animation, 1968-1969; 1979-1980)
Distribuzione italiana: trasmesso parzialmente su reti locali negli anni Ottanta
Manga originale: Cyborg 009 (Shōtarō Ishinomori, Kodansha, 1964-1981; edizione italiana: J-Pop Manga)
Profilo critico
Francoise Arnoul, nella sua essenza, rappresenta l’idea gehleniana di “essere carente” che si emancipa attraverso l’artificio. La sua natura di cyborg non è negazione dell’umano, ma dispositivo che ne amplifica la condizione ontologica: fragile e aperta, sempre in compensazione creativa. Qui, nella Scuola di Atene, Francoise è finalmente sottratta al vincolo operativo e all’uso come arma. Non è più agente, non più funzione: è una giovane donna che riacquista la sua libertà e, con essa, la possibilità di sostare nel pensiero. La sua figura diventa così emblema del superamento del dualismo fra naturale e artificiale, incarnazione di quella “physis artificiosa” che l’articolo ha tematizzato.
Descrizione dell’immagine
Francoise è seduta sulle gradinate marmoree dell’Accademia, immersa in una luce chiara e sospesa. Non indossa più la divisa classica: porta un abito civile semplice ma elegante, con tonalità che richiamano il rosso e il giallo della sua iconografia originaria, ora trasposte in chiave sobria. I capelli sciolti, mossi da un vento leggero, incorniciano il viso assorto. Tiene aperto sulle ginocchia il volume di Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, in edizione Feltrinelli (copertina blu, titolo e autore in alto). Sullo sfondo, le colonne e il portico della Scuola di Atene, uno spazio di pensiero puro che sostituisce ogni scenario di guerra.
Commento teorico
La presenza di Francoise Arnoul in questa immagine sposta il suo personaggio oltre l’uso narrativo originario: da strumento tecnico a figura filosofica. La lettura di Gehlen la colloca nel cuore di un dibattito sull’uomo come essere “mediato” dalla tecnica, trasformando il suo corpo artificiale in allegoria del pensiero post-dualistico che l’articolo esplora. Non è più cyborg, ma donna che pensa l’artificio dall’interno, senza giudizio e senza sospensione morale: immagine vivente di una significazione che, per dirla con Barthes, avviene “di colpo”.
Bibliografia del libro
– Arnold Gehlen, L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo, Feltrinelli, Milano, 1983.
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