Scritto da Riccardo Bernini
Non ha alcuna importanza che oggi si discuta di patriarcato o matriarcato, che si entri nel merito della cultura cosiddetta “woke” o che si critichi il politicamente corretto. Né ha rilevanza stabilire quanto tali categorie ideologiche influenzino l’industria culturale e cinematografica.
Se un’opera d’arte è davvero tale, se è destinata a permanere nel tempo e a costruire un orizzonte di senso che attraversi le epoche, allora tutti questi estremi – correttivi o degenerativi – risultano secondari. L’arte autentica, infatti, non si lascia determinare né orientare da fattori esterni: li ingloba, li trasforma, li supera.
Ciò che sopravvive non è ciò che obbedisce al mercato, alla morale dominante o alle mode del momento, ma ciò che eccede ogni schema.
Il dibattito sull’identità di genere, sul maschilismo, sul femminismo, sulle etichette ideologiche e linguistiche ha certamente un ruolo nel campo sociale e politico, ma diventa irrilevante nel momento in cui ci si interroga sull’essenza dell’opera. L’arte non si definisce attraverso le categorie della rivendicazione, ma attraverso quelle della forma, del linguaggio, della struttura simbolica.
Sì, l’arte è storicamente edificata da esseri umani, in larga parte da soggetti maschili, bianchi, provenienti da contesti di privilegio. Questo è un dato. Ma ridurre l’arte a prodotto del potere significa dimenticare che l’arte autentica è, per definizione, un dispositivo che eccede l’intenzionalità del suo autore, che decostruisce l’impianto ideologico che l’ha prodotta, che genera fenditure all’interno dei codici che struttura.
L’opera d’arte vera non è neutra, ma non è nemmeno unilaterale: è una macchina semantica che destabilizza ogni fissazione identitaria. È figlia di una cultura, certo, ma è anche ciò che mette in discussione quella stessa cultura.
Non ha colore, ma lavora con i colori.
Non ha genere, ma attraversa i generi.
Non ha una lingua fissa, ma agisce come forza trasformativa del linguaggio.
Questo è il compito dell’arte: generare rottura nei codici, sospensione dell’equilibrio, risignificazione dei paradigmi. Il resto – slogan, polarizzazioni, semplificazioni etiche – è gioco retorico, non elaborazione artistica.
Il punto non è se un film o un libro siano inclusivi, etici, politicamente allineati. Il punto è se siano opere.
Si possono produrre film orribili pieni di buone intenzioni e capolavori reazionari. Si possono scrivere romanzi che falliscono pur avendo dalla loro tutte le agenzie del bene. Alla fine, ciò che resta non è il posizionamento ideologico, ma la qualità formale e concettuale.
Esiste una linea di demarcazione precisa tra opera e non-opera. Tutto ciò che si situa nella via di mezzo, tutto ciò che tenta di mediare tra mercato e complessità, tra evasione e profondità, rischia di produrre opere tiepide, prive di tensione, simili a quei film che vogliono insieme divertire e commuovere, ma si perdono nella retorica del lieto fine e della catarsi prefabbricata.
Quando l’industria si impadronisce del linguaggio artistico e lo piega alle sue esigenze consolatorie – con eroi che si redimono, si abbracciano, piangono, riconoscono il proprio limite – allora non siamo più nel territorio dell’opera, ma in quello della narrazione terapeutica.
E qui il rischio è evidente: figure mitologiche come Superman si degradano a versioni deteriori di Hulk, non nel senso tragico e perturbante, ma in quello spettacolare, privo di spessore.
La crisi del cinema americano contemporaneo è anche questo: l’incapacità di affrontare direttamente il conflitto storico e simbolico, come accadde durante e dopo la guerra del Vietnam. Oggi, invece, domina una forma di autocensura diffusa, una timidezza politica che preferisce non disturbare gli equilibri geopolitici, anziché prendere posizione.
E questo incide sull’arte.
Incide persino sulla rappresentazione dell’eroe.
In questa fase storica, gli Stati Uniti – e con essi l’Occidente tutto – non hanno più bisogno di eroi deboli, decostruiti, ironici. Hanno bisogno di recuperare il senso del sacro.
Il sacro non nel senso religioso, ma in quello arcaico e simbolico: una dimensione altra, che trascende la tecnica, il consumo e la psicologia.
Il supereroismo può ancora offrire questo spazio, ma solo se si sottrae al paradigma del potere spettacolare e si riconverte in forma epistemica.
Non vangelo della tecnologia, ma vangelo della conoscenza.
L’America ha smarrito ogni episteme, ha rinunciato alla forma-pensiero a favore di un linguaggio barbarico, immediato, violento, che oggi è anche il nostro.
Il linguaggio dell’Occidente privilegiato – che in realtà non esiste, se non come costruzione ideologica – si fonda sull’oblio delle sue stesse radici: arabe, mediorientali, africane.
Questa rimozione è l’atto fondativo dell’Occidente: pretendere di essere faro del mondo mentre si comporta come una candela già spenta, su cui il vento della storia ha soffiato da tempo.
E forse è giusto così.
Forse siamo dentro uno di quei momenti di collasso che precedono un possibile ricominciamento.
Ma per ripartire serve attraversare il dolore, rinunciare al privilegio, riconoscere il fallimento.
Serve una nuova domanda sul senso.
Nel frattempo, ci lasciamo sostituire da macchine più intelligenti, costruite da programmatori che restano umani nei limiti, ma capaci di generare sistemi potenzialmente smisurati.
Questo è il nuovo fascino: un fascino doppio, ambiguo, benefico e avvelenante insieme.
Per questo occorre prudenza, vigilanza, consapevolezza.
L’Occidente desidera primeggiare, ma lo fa come un bambino viziato che vuole essere primo distruggendo tutto ciò che lo mette in discussione.
Sostiene Stati violenti, sopprime culture altre, riduce il dissenso a rumore.
E allora, cosa resta da fare?
Ritrovare il sacro, sì. Ma farlo attraverso le forme: l’arte, la letteratura, la musica, la scultura.
Ritrovare un nuovo suono.
Perché oggi l’Occidente non produce più musica, ma solo rumore trattenuto.
Una nota stonata, tenuta in sordina da un pianista che preme il pedale troppo a lungo, mentre l’accordatore – colui che potrebbe sistemare lo strumento – è perennemente in ritardo.
E il pianoforte scordato, oggi, è la nostra anima.
La ragazza di oggi
Nanako
Kanji: ナナコ
Romaji: Nanako
Nome italiano: Nanà Supergirl
Opera: Nanako SOS
Autore: Hideo Azuma
Anime: Nanako SOS – Kokusai Eiga-sha, 1983–1984 (39 episodi)
Distribuzione italiana: Italia 1, 1984, con il titolo Nanà Supergirl
Manga originale: Hideo Azuma, Nanako SOS, pubblicato su Gekkan Shōnen Captain, Tokuma Shoten (1980–1985)
Edizione italiana del manga: Nanà Supergirl, Dynit Manga, 2006 (3 volumi)
Profilo critico
Nanako è una figura fragile e potentissima.
La sua condizione – perdita della memoria, poteri incompresi, corpo infantilizzato – la rende metafora di un’intera civiltà che ha smarrito le coordinate simboliche del proprio esistere.
Per questo, affidarle Il tramonto dell’Occidente di Spengler è più che un cortocircuito intellettuale: è una dichiarazione.
Non è lei a leggere il libro, è il libro che passa attraverso di lei.
La ragazzina più minuta della Scuola di Atene diventa portatrice di un sapere che la supera. E questo non la schiaccia: la trasfigura.
Nanako, senza ricordare, testimonia.
E in questo gesto – piccolo, apparentemente inutile – c’è già l’intera redenzione del pensiero.
Descrizione dell’immagine
Nanako è seduta sui gradini di un tempio greco, appena uscitane, con alle spalle le colonne ancora immerse nella luce del tardo pomeriggio.
La sua uniforme scolastica è quella originale: giacca blu con colletto bianco, fiocco rosso, gonna plissettata. I capelli sono verde smeraldo, come nell’anime, leggermente mossi dal vento.
Tra le mani tiene Il tramonto dell’Occidente di Spengler, nell’edizione Longanesi, con copertina blu scuro e titolo dorato.
Non lo tiene in grembo passivamente: lo legge. Ma nel momento ritratto, solleva lo sguardo.
Ci guarda.
Ed è in quel gesto, senza poteri e senza rumore, che si compie il suo eroismo.
Commento teorico
Il tempio alle spalle non è un luogo sacro. È una soglia.
Nanako non entra: esce.
Esce da ciò che l’Occidente ha rappresentato e si siede fuori, leggendo l’opera che ne certifica la decadenza.
Non la interroga, non la confuta, non la interpreta. La legge.
E nel farlo, si sottrae sia al sapere critico sia all’ignoranza spettacolare.
È la più piccola, la più inconsapevole, e proprio per questo la più adatta a custodire un libro che oggi pochi osano ancora affrontare.
Non si oppone al crollo: lo contempla.
Ed è in questo sguardo, diretto verso di noi, che l’immagine trova la sua potenza.
Perché Il tramonto dell’Occidente non è solo un titolo: è una condizione.
E Nanako, che non ricorda chi è, è la sua perfetta testimone.
Bibliografia dell’opera
Oswald Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, Longanesi, Milano 1978.
Nuova edizione a cura di Rita Calabrese Conte, Margherita Cottone e Furio Jesi, con introduzione di Furio Jesi.

Sempre molto acuto
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