Passa ai contenuti principali

Il superfluo come sistema: l’eroe cancellato

Scritto da Riccardo Bernini


Viviamo in un’epoca in cui il contenuto non è più racconto, ma funzione.
Ogni opera, ogni film, ogni personaggio, ogni universo narrativo non esiste più per sé, ma come anello intermedio in una catena infinita di fruizione.
Ciò che conta non è più ciò che l’opera dice, ma ciò che genera.

È questa la grande mutazione del cinema contemporaneo: il passaggio dall’opera chiusa all’universo espanso, dal racconto verticale alla narrazione fluida, dal mito all’interfaccia.

Nel cuore di questa trasformazione si annida una verità scomoda:
non è più consentito a nessun personaggio di bastare a se stesso.
L’eroe singolare — quello che veniva da un altrove, che parlava da solo, che portava un’etica o una missione — è diventato una minaccia per il sistema.
Perché l’eroe solitario interrompe il flussoimpone un centrorivendica una forma.

E invece il cinema odierno non vuole più centri, ma reti.
Non più finali, ma traiettorie.
Non più significati, ma sequelability.

È la logica del capitalismo narrativo:
ogni prodotto dev’essere replicabile, ibridabile, attraversabile.
Il singolare deve diventare plurale di servizio.
Il personaggio deve entrare in una community narrativa,
diventare interoperabile, aggiornabile, patchabile.

Da qui nasce il culto ossessivo del multiverso:
un’ideologia della sostituibilità generalizzata, in cui nessuna versione è definitiva — e quindi nessuna è vera.

È anche il motivo per cui ogni film, anche quando porta il nome di Superman o Supergirl, non può più permettersi di raccontare quella figura per intero.
Deve sempre essere parte di qualcosa, mai compimento.

Non è una questione di gusto.
È una questione di struttura economica, di dominio delle piattaforme, di consumo accelerato.
Il pubblico non deve avere tempo di affezionarsi.
Non deve identificarsi in un’icona etica.
Deve continuare a guardare.
Deve restare connesso.

Ecco perché ogni nuovo progetto cinematografico parte da una formula perversa: cambiare tutto.

Non perché ci sia davvero bisogno di cambiare, ma perché la continuità spaventa.
Perché la fedeltà immobilizza.
Perché la compiutezza è un ostacolo alla monetizzazione.

Per questo oggi l’unico vero atto rivoluzionario è conservare.
Conservare l’originale.
Conservare la forma.
Conservare l’opera come gesto concluso, e non come piattaforma di lancio.

A partire da questa consapevolezza,
ci accingiamo a parlare di Supergirl: Woman of Tomorrow,
un’opera che non solo non ha bisogno di adattamenti,
ma che resiste alla possibilità stessa di essere adattata.
Un’opera che va lasciata lì, nel silenzio delle sue tavole, nella sabbia delle sue galassie, nella sua interezza intoccabile.

Il resto — come vedremo — è devastazione travestita da modernità.


Tomoe Gozen

Tomoe Gozen

Contro il multiverso. Difendere Kara Zor-El dalla logica della cancellazione

C’è un mantra che si ripete sempre più spesso, ormai con tono trionfale, in ogni intervista, trailer, recensione o dichiarazione ufficiale legata ai nuovi film del DC Universe: James Gunn cambia tutto.

È questa la parola d’ordine. Cambiare tutto. Sempre. Cambiare l’attore, cambiare il tono, cambiare l’origine, cambiare l’etica.
Come se nulla potesse mai essere preso per ciò che è.
Come se nulla potesse semplicemente essere.

Ma cosa si cela davvero dietro questa formula apparentemente innocente?
Perché oggi ogni reboot, ogni trasposizione, ogni “rilancio” parte dalla necessità di sradicare tutto ciò che è stato, e di riscrivere — sempre e comunque — ogni identità?

Il caso più emblematico di questa ossessione distruttiva è forse Supergirl: Woman of Tomorrow, il capolavoro silenzioso e metafisico scritto da Tom King e disegnato da Bilquis Evely, che dovrebbe essere presto adattato per il grande schermo. E dico “dovrebbe”, perché non possiamo che sperare in un fallimento della macchina industriale che sta cercando di metterci sopra le mani.

Perché sì, lo diciamo senza esitazione:
solo un flop del nuovo Superman di James Gunn potrebbe impedire la distruzione di Kara Zor-El.



L’ultima vera epifania del mito

La Donna del Domani è un’opera compiuta. Non un arco narrativo da espandere. Non un pretesto per un franchise. Ma una parabola jodorowskiana, un El Topo cosmico travestito da fumetto di supereroi. Un’opera che non ha bisogno di aggiunte, spin-off, adattamenti.
È un racconto mitico-esistenziale in cui Kara si distacca finalmente dall’ombra di Superman per diventare altro.
Qualcosa che non serve al sistema. Qualcosa che non funziona come prodotto.

Il fumetto di King ed Evely è lento, contemplativo, morale, silenzioso.
Non è un viaggio verso l’azione, ma verso il fallimento dell’azione.
Verso un’etica della rinuncia.
Verso la giustizia senza vendetta.

E questo, il cinema contemporaneo, non può accettarlo.

Il cinema delle piattaforme non vuole più eroi

Oggi nessun eroe può più stare da solo.
È diventato necessario — sistemicamente — inserire sempre una folla di comprimari, team-up, camei, riferimenti incrociati.
Ogni film è contenuto transizionale.
Ogni personaggio è un nodo del flusso.
Ogni racconto è una porta aperta verso altre storie, mai una fine, mai una visione compiuta.

È per questo che nei film su Superman, da anni, Superman è sempre in secondo piano.
Perché non può più bastare da solo.
Perché la verticalità morale dell’eroe classico è diventata intollerabile.

Kara non verrà portata sullo schermo per ciò che è, ma per ciò che può generare.
Brand. Hype. Monetizzazione.
Non la Donna del Domani, ma la Donna del Palinsesto.

Il multiverso come cancellazione del singolare

Il multiverso è la filosofia ufficiale dell’intercambiabilità.
È la negazione del definitivo.
È il luogo in cui ogni versione vale, e quindi nessuna ha davvero valore.

Se esistono cento versioni di Kara, allora Kara non esiste più.
Esiste solo un’etichetta, un nome da assegnare a una funzione narrativa.
Una nuova skin.

Ma La Donna del Domani non è una skin.
È una cicatrice.
È la voce di una donna che ha perso tutto e sceglie comunque di non uccidere.
È il silenzio davanti al dolore.
È la solitudine cosmica di chi ricorda Krypton, ma non può salvarlo.

L’ideologia del cambiamento come rimozione

Cambiare tutto è diventata una religione.
Ogni autore che arriva deve “fare tabula rasa”, ogni regista deve “riscrivere il mito”.
Come se il passato fosse un errore.
Come se la fedeltà filologica fosse una zavorra.
Come se rispettare una storia già perfetta fosse un atto di debolezza.

Ma chi ha detto che cambiare è sempre un bene?

Chi ha deciso che l’arte debba essere fluida, rebootabile, instagrammabile?

La verità è che “cambiare tutto” è l’ultima forma di dominio:
chi cambia tutto dice che nulla vale davvero,
che nessun personaggio è sacro,
che nessuna storia è inviolabile.


La speranza del fallimento

E allora sì:
speriamo che il nuovo film di Superman non abbia successo.
Non per odio.
Non per disprezzo del regista.
Ma perché è l’unico modo per impedire il sacrilegio che ci aspetta.

Se Legacy va bene, Supergirl verrà prodotta.
E sarà snaturata.
Sarà resa “simpatica”, “iconica”, “redditizia”.
Kara sarà riscritta come una risposta femminile al maschio Superman,
anziché come la coscienza dolente di Krypton.

L’unico vero atto rivoluzionario è conservare

Noi non vogliamo reboot.
Non vogliamo versioni alternative.
Non vogliamo l’ennesima Kara “moderna”, “più dark”, “più matura”, “più action”.

Vogliamo la Kara.
Quella scalza, sporca di sabbia,
quella che ha fallito e continua a camminare,
quella che non ha bisogno di essere Supergirl,
perché è una donna vera,
in un mondo che non salva nessuno.


Epilogo: contro il mondo che cambia tutto

In un’epoca che cambia tutto,
chi conserva è il vero rivoluzionario.
Chi dice: questa opera è già perfetta così com’è. Non ha bisogno di essere rifatta. Ha solo bisogno di essere letta, amata, custodita. 

Si sta pronunciando una parola che nessun produttore osa più dire: basta.

Noi diciamo: basta cambiare.
Basta distruggere.
Basta adattare.
Kara esiste già.
E non ci serve altro.

Finché saremo capaci di dire questo,
di custodirla nella sua forma definitiva,
La Donna del Domani non morirà.


Supergirl: Woman of Tomorrow

Autori: Tom King (testi), Bilquis Evely (disegni)
Editore: DC Comics
Anno: 2021–2022
Formato: miniserie in 8 albi, raccolta in volume unico

Opera lirica travestita da fumetto di supereroi, La Donna del Domani è un viaggio attraverso mondi alieni, linguaggi mitici e silenzi morali. Kara Zor-El — sola, stanca, dimenticata — intraprende con la giovane Ruthye una missione di vendetta che diventa parabola di giustizia.
King e Evely riscrivono la figura di Supergirl sottraendola al rumore dei multiversi: niente team-up, niente crossover, solo la nudità simbolica di un’eroina che non cerca gloria ma significato.
È la forma compiuta del mito: un’epica della rinuncia, dove il rifiuto di uccidere è l’atto più politico possibile.
Da non adattare. Da non toccare. Da custodire.


Tomoe Gozen

Periodo storico: fine XII secolo, Giappone feudale
Fonti principali: Heike Monogatari, cronache del Genpei

Samurai donna realmente esistita — o forse figura mitizzata — Tomoe Gozen è ricordata per la sua eccezionale abilità marziale, la fedeltà al suo signore Minamoto no Yoshinaka e il suo spirito solitario.
Non è una mascotte proto-femminista, né una “guerriera empatica”: è l’incarnazione di una fedeltà verticale, dove il combattimento è un’estetica del silenzio.
A differenza delle caricature moderne, Tomoe non è definita dal conflitto col maschile, ma da un codice interiore assoluto.
La sua storia, come quella di Kara, è fatta di fedeltà, sacrificio e assenza di testimoni.
Non cerca il mondo. Lo attraversa e lo lascia intatto.



Commenti

Post popolari in questo blog

RECENSIONE - Raffaele Conti: FLY MY SOUL

di Riccardo Bernini Yumeko Jabami Partiamo da un presupposto che non è una giustificazione, ma una dichiarazione di metodo. Questo disco è stato ascoltato in formato liquido, attraverso Spotify. Non ho letto il libretto, non conosco eventuali note di produzione, né la genesi dichiarata dell’opera. L’ascolto avviene dunque in condizioni di sottrazione, come ascolto indiretto. Ma è proprio questa sottrazione a rendere l’esperienza significativa, perché un disco di ricerca – come questo di Raffaele Conti – esiste innanzitutto nel tempo dell’ascolto, non nel paratesto che lo accompagna. Siamo di fronte a un’operazione radicalmente novecentesca, nel senso più esatto e meno nostalgico del termine. Un lavoro di genesi musicale e di analisi del mezzo, che assume come campo di indagine lo strumento stesso: l’ accordéon . Non la fisarmonica nel senso corrente del termine, non l’oggetto folklorico sedimentato nell’immaginario italiano, ma un altro corpo sonoro, storicamente e simbolicamente trapi...

Il capitalismo, morente, vuole vivere....

di Riccardo Bernini Certamente, la guerra è un ottimo polmone dal punto di vista industriale ed economico. Quando l’economia vacilla, la guerra può fungere da risoluzione, da stimolo per la proliferazione di un certo indotto: è un buon iniettore sistemico per rimettere in circolo i flussi di capitale e consentire al capitalismo di prosperare, di riprodursi. Questo è un fatto. Al di là delle nostre convinzioni morali o politiche, il capitalismo contemporaneo attraversa un momento tragico, proprio perché, in quanto modello, è strutturalmente antitetico a qualsiasi statuto antropologico. In parole più semplici: il capitalismo non ha nulla a che fare con l’umanesimo, non ha nulla a che fare con la poesia, con la letteratura, con i sentimenti umani. Non ha nulla a che fare con la vita. Il capitalismo è, per struttura, antitetico alla vita. La sua faccia oscura — la sua faccia tecnica , per usare ancora una volta la terminologia dell’esistenzialismo — è l'espressione più pericolosa di q...

Recensione: Una battaglia dopo l’altra

Riflessioni su un film di Paul Thomas Anderson di Riccardo Bernini Il titolo è già una dichiarazione di poetica:   Una battaglia dopo l’altra . Non è solo un riferimento bellico o strategico, né una metafora psicologica, ma una vera e propria struttura drammaturgica, che scandisce il tempo e il disfacimento dei personaggi. Il film, presentato superficialmente dai media come una commedia grottesca, rivela invece una tensione tragica e lucida che mina dall’interno l’orizzonte stesso della lotta politica. È un’opera compatta, compiuta, che mette in crisi la rappresentazione classica della lotta armata — non tanto come gesto eroico o come atto criminale, ma come sintomo di un’ideologia esaurita. Il film racconta il lento disgregarsi di una frangia armata e dei suoi membri, seguendone il destino nel tempo, tra sorveglianza, infiltrazione, tradimenti e collassi individuali. Il cosiddetto terrorismo organizzato appare come un reticolo già previsto e presidiato dalle forze dell’ordine — po...