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Dal sorriso al baratro: l’Italia televisiva e la pedagogia dell’irrealtà

di Riccardo Bernini 

Negli anni Ottanta l’Italia si è chiusa in una bolla patinata. È stato il decennio della televisione commerciale, della pubblicità onnipresente, del varietà e dei telefilm leggeri che scorrevano come acqua di rubinetto: Drive In, College, I ragazzi della 3ª C, Don Tonino. Non erano grandi prodotti nemmeno allora, ma esercitavano una funzione che sarebbe stata determinante: insegnavano a vivere in un eterno presente senza storia, senza conflitto, senza tragico.

Per una generazione che aveva appena attraversato gli anni di piombo, le crisi economiche e le paure del decennio precedente, quella leggerezza apparve come liberazione. Ma si trattava di una liberazione anestetica: un sorriso televisivo che depotenziava il tragico, sostituendo la densità del reale con un simulacro spensierato. Guy Debord lo aveva già intuito ne La società dello spettacolo:

“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale mediato dalle immagini.”

In Italia, quel rapporto sociale fu colonizzato dalla televisione. La pubblicità addestrava a desiderare, i telefilm educavano alla superficialità narrativa, i programmi serali insegnavano a evitare il conflitto. Era una pedagogia dell’irrealtà: guardare la TV significava imparare che ogni problema era risolvibile con un prodotto, un sorriso, una battuta.


La generazione del falso eterno

I ragazzi cresciuti in quel decennio sono oggi la nostra classe dirigente. E portano con sé la matrice culturale di quegli anni: il linguaggio estetizzato, il rifiuto del tragico, la convinzione che la realtà sia malleabile come un palinsesto. Non è un caso che la politica italiana abbia assunto tratti televisivi: slogan al posto dei programmi, leader come personaggi da talk show, campagne elettorali ridotte a spot.

L’ottimismo artificiale degli anni ’80 non ha solo formato consumatori, ma ha addestrato cittadini a pensare il presente come stabile, eterno e privo di rischio. Oggi, di fronte a crisi globali – economiche, climatiche, geopolitiche – questa matrice mostra tutta la sua insufficienza: si governa come se bastasse cambiare scenografia.

Baudrillard, negli stessi anni, parlava del simulacro: un mondo in cui la rappresentazione sostituisce il reale. L’Italia degli anni ’80 è stata un laboratorio perfetto di questo slittamento: abbiamo imparato a sostituire l’esperienza viva con la sua immagine televisiva, a vivere non nelle cose ma nel loro riflesso luminoso.


Televisione e nostalgia: l’immortalità del tempo morto

Oggi prodotti come College, I ragazzi della 3ª C o Don Tonino vengono riguardati con nostalgia. Non per la loro qualità intrinseca – inesistente – ma perché funzionano come capsule temporali: ci riportano a un’epoca in cui ci sentivamo immortali. La nostalgia televisiva non riguarda le serie in sé, ma noi stessi davanti a quelle serie: il salotto di casa, il commento dei genitori, la pizza del sabato sera.

Guardare oggi quei telefilm è un atto regressivo e consolatorio: ci permette di rivivere il tempo in cui la televisione era un flusso rassicurante e collettivo, in cui il futuro sembrava scontato. Ma in questo ritorno c’è anche il segno della paralisi: riviviamo quel mondo perché non ne abbiamo più creati di nuovi.





Dal sorriso al baratro

Ed ecco il punto: quel falso eterno degli anni ’80 ci ha disarmati davanti al tragico. La televisione e la pubblicità hanno insegnato a non pensare la finitezza, a non affrontare il limite. E oggi, quando il limite ci esplode davanti – guerra, collasso climatico, impoverimento – reagiamo con gli stessi strumenti di allora: il sorriso televisivo, lo spot, la messinscena.

Viviamo, per dirla con Debord, in una società in cui lo spettacolo non rappresenta la realtà: la sostituisce. Il linguaggio della nostra politica, la superficialità del nostro discorso pubblico, l’incapacità di reggere la tensione tragica derivano da quella pedagogia estetizzata.


Manifesto contro la televisione come anestetico politico

Se vogliamo comprendere il nostro presente e sottrarci al baratro, dobbiamo smettere di guardare alla televisione come a una reliquia innocente. È stata un dispositivo pedagogico e ideologico, capace di formare un’intera antropologia del consenso:

  • Ha sostituito il tragico con il patinato.

  • Ha insegnato che la realtà è un’immagine da gestire.

  • Ha trasformato i cittadini in spettatori permanenti.

La nostra nostalgia per quell’epoca è il vero pericolo: non è solo un ricordo, è la prosecuzione dell’irrealtà con altri mezzi. Guardiamo I ragazzi della 3ª C come se fosse un ritorno innocuo, ma è la prova di quanto siamo rimasti sigillati in quell’estetica che ci impedisce di pensare il presente.

Per questo occorre, oggi, un atto di rottura: spegnere l’immagine che ci consola e accendere il pensiero che ci ferisce. Rifiutare l’anestesia televisiva, riconoscere il tragico, tornare a pensare il tempo come storia e non come eterno presente.

Solo allora potremo guardare agli anni ’80 non più come al grembo che ci trattiene, ma come alla radice da cui prendere congedo per evitare il baratro.


La ragazza di oggi


Madoka Ayukawa

Kanji: 鮎川 まどか

Romaji: Ayukawa Madoka

Nome italiano: Sabrina (nell’adattamento televisivo italiano)

Opera: Kimagure Orange Road

Autore: Izumi Matsumoto

Anime: Kimagure Orange Road (Studio Pierrot, 1987-1988)

Distribuzione italiana: È quasi magia Johnny (Italia 1, 1989)

Manga originale: Kimagure Orange Road, Izumi Matsumoto (Shueisha, 1984-1987); edizione italiana: Star Comics


Profilo critico


Madoka Ayukawa è l’emblema dell’adolescenza sospesa degli anni Ottanta giapponesi: elegante, distante, malinconica, una figura che trasforma il quotidiano in un luogo di attesa e di possibilità mai compiute. Non è solo la “ragazza misteriosa” di Kyōsuke Kasuga, ma una costruzione culturale che riflette l’ibridazione di quell’epoca: la modernità scintillante della bolla economica giapponese e, insieme, la persistenza sotterranea di un ethos shintoista e di un senso di impermanenza (mono no aware) che percorre ogni sua apparizione.


Riletta oggi, Madoka diventa il volto dolce e malinconico di una televisione che, pur immersa nell’ottimismo pop degli anni ’80, conserva un’ombra filosofica che la cultura italiana coeva non aveva: mentre l’Italia televisiva anestetizzava il tragico in un eterno presente pubblicitario, la figura di Madoka – nei suoi silenzi, nei suoi gesti – mantiene il ricordo implicito del limite e della transitorietà. È una differenza sottile ma decisiva: in lei, come nella cultura giapponese da cui proviene, anche la leggerezza è consapevole del suo dissolversi.


Descrizione dell’immagine


Madoka è raffigurata all’interno dell’Abcb Coffee Shop, il locale in cui lavora, col grembiule arancione sopra la maglietta chiara. È seduta a un tavolino laterale, durante una pausa serale, con il libro Differenza e ripetizione di Gilles Deleuze aperto tra le mani. Le luci calde del locale illuminano il suo volto assorto, mentre sullo sfondo si intravedono arredi semplici e una televisione catodica spenta, reliquia silenziosa degli anni ’80. La scena è intima, sospesa: il brusio della città è lontano, e la sua concentrazione nella lettura interrompe la leggerezza del contesto, restituendole un’aura di profondità inattesa.


Commento teorico


Collocare Madoka in questa scena significa sottrarre l’immaginario anni ’80 alla sua pura funzione nostalgica e innestarlo in una riflessione critica: la sua figura diventa una lente attraverso cui interrogare il rapporto tra estetica pop e pensiero filosofico. Il contrasto tra il grembiule del lavoro e il volume di Deleuze segna un cortocircuito: è come se l’icona di una televisione leggera e “ingenua” aprisse uno squarcio sulla densità del concetto, sottraendosi al destino anestetico del revival.


In questa immagine, Madoka non è più soltanto la musa adolescenziale di una serialità sospesa, ma una testimone silenziosa di ciò che gli anni ’80 potevano essere: non soltanto consumo e patina, ma anche un luogo in cui il tragico, pur celato, continua a farsi sentire.


Bibliografia

  • Edizione filologica storica (immagine): Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, Bologna, Il Mulino, 1971.

  • Edizione consigliata e disponibile: Gilles Deleuze, Differenza e ripetizione, trad. Giuseppe Guglielmi, Milano, Raffaello Cortina Editore, 1997.

  • Manga originale: Izumi Matsumoto, Kimagure Orange Road, Shūeisha, 1984-1987.

  • Edizione italiana storica: È quasi magia Johnny, Star Comics (1992-1994).

  • Edizione italiana attuale: Kimagure Orange Road Deluxe Edition, J-Pop Manga (2012-2014).


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