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Tra schegge di ego e frammenti di capitalismo...

 Scritto da Riccardo Bernini


In sostanza, ciò che sta accadendo è che l’arte, soprattutto in Occidente, si è ormai atrofizzata, ridotta a un’estensione sterile dell’ego dell’artista. Un ego che non produce più suoni, non genera più rivoluzioni, non porta alcuna vera novità. L’arte è diventata lo specchio fedele — e distorto — di una forma neocapitalistica che si lega in modo indissolubile all’identità dell’artista, un’identità ormai dispersa, svuotata, che ha perso ogni contatto profondo con il reale.

E tuttavia, anche l’artista è consapevole dell’illusione in cui abita. Sa di essere intrappolato in una rete continua di eccedenze che gli impediscono di essere, a meno che non venga categorizzato, catalogato, sponsorizzato, sostenuto, seguito — da quella figura un tempo chiamata gallerista, oggi forse mutata o dissolta nella velocità sensoriale della società odierna.

Quando l’artista è sostenuto, allora diventa parte della società dello spettacolo: ogni cosa in lui, tutto di lui e su di lui, viene monetizzato, capitalizzato, reso investimento. Oggi più che mai, questo processo accelera. Laddove invece non è sostenuto — se non milita — l’artista si ripiega su se stesso, si riflette e si rifrange nel proprio ego. Si genuflette nel tentativo infinito, ipertrofico, di rappresentare sé stesso senza alcuna soluzione di continuità. Così facendo, dimentica il suo compito originario: rappresentare la società in cui vive.

È vero, già negli anni Ottanta del Novecento si è manifestata una frattura con l’emergere della cosiddetta Me Generation — la generazione dell’“io”, che spingeva e promuoveva la centralità dell’individuo, della personalità, della forza singolare. Una spinta tipicamente reaganiana, che rifletteva il trionfo americano di una civiltà plastificata, il cui sogno poteva essere venduto, mercificato, confezionato. In quel contesto, parlare di sé diventava lecito: l’artista poteva raccontare la propria interiorità non solo in senso egoistico — come il poeta che canta il proprio mondo interiore — ma anche come gesto di verità, di strutturazione del proprio essere nel mondo.


Eppure questo parlare di sé ha conosciuto una deriva: non più gesto strutturale, ma riflesso deteriorato. Un che non è più testimone ma megafono, ridotto a eco amplificata della propria immagine, in una sorta di neodannunzianesimo tossico, che ha preparato il terreno per il trionfo della nuova destra barbarica. È in questa scia che si può affermare che non stiamo evolvendo, ma regredendo: ciò che viviamo non è un processo di maturazione, ma piuttosto un ritorno ai tempi bui.

Il cinema — soprattutto quello d’evasione, nelle sue forme più cupe e rivelatrici — ha precorso questo disastro. Un tempo, la fantascienza di sinistra raccontava la perdita di ogni centro, il ritorno al caos, all’oscurità. E lo faceva attraverso figure esterne: razzi alieni, computer impazziti, supereroi ipermalvagi. Oggi, invece, la profezia si è fatta realtà: e lo è diventata anche grazie — seppur involontariamente — alle nuove intelligenze artificiali, che permettono alla politica di costruire immagini finte di sé, immagini parassitarie, simulacri che fagocitano l’uomo politico stesso.

Basti pensare all’attuale presidente degli Stati Uniti e all’uso che fa dell’intelligenza artificiale per rappresentare la propria immagine. Siamo giunti allo smisurato: non c’è più un piano reale della realtà, ma solo una dispersione continua che nulla ha a che fare con la politica, con la democrazia, con la vita attiva. Ha invece a che fare ancora una volta con l’ego — l’ego del politico — che vuole sopravvivere, mantenere la propria ricchezza, conservare uno stato di cose capitalistico. Perché in questo stato di cose egli ha prosperato, ed è l’unico mondo che sa comprendere.

E poi c’è il capitalismo. Un sistema economico, politico e sociale che vuole sopravvivere a sé stesso. La vecchia classe politica — che dovrebbe scomparire, essere spazzata via — continua a vivere grazie a ciò che ha conosciuto: il capitalismo. Di esso ha vissuto, da esso ha mangiato.

Ma il capitalismo, mio Dio, sta morendo.

Ciò che stiamo vivendo è un accanimento terapeutico: un disperato tentativo di mantenere in vita ciò che è già morto. Le guerre, i conflitti internazionali, l’attuale quadro tragico della geopolitica non sono che il riflesso di questa terapia forzata. Le democrazie occidentali, nel nome dei propri valori, sostengono questo accanimento. Ma si tratta di valori svuotati, che non rappresentano più nessuno.

L’Occidente è incapace di toccare il sacro. Incapace di stabilire un contatto diretto, profondo, con ciò che è fondamento. Non sa più mediare. Conosce soltanto un simbolo: il denaro. E intorno a quel simbolo insiste, persiste, resiste. Vuole far sopravvivere ciò che dovrebbe scomparire. Vuole far consistere ciò che è già decaduto.

La ragazza di oggi

Utena Tenjou
Kanji: 天上 ウテナ
Romaji: Tenjou Utena
Nome italiano: Utena Tenjou

Opera: Shōjo Kakumei Utena
Autore: Chiho Saitō (disegni), Be-Papas (soggetto collettivo)

Anime: Shōjo Kakumei Utena
Studio di produzione: J.C.Staff, regia di Kunihiko Ikuhara (TV Tokyo, 1997)
Distribuzione italiana: Yamato Video (VHS e DVD), Dynit (film “Apocalisse adolescenziale”, 2002)

Manga originale:
Autrice: Chiho Saitō
Editore giapponese: Shogakukan
Edizione italiana: Star Comics, 5 volumi (1999); riedizione completa Utena – Deluxe Edition, 2021


Profilo critico

Utena Tenjou è la figura simbolica di una rivoluzione che non è mai avvenuta. È la ragazza che rifiuta di diventare principessa per diventare principe, che entra nel duello per rovesciare la norma, ma si ritrova in un rituale che si ripete. Utena è l’eroina di una promessa interrotta, quella dell’azione sovversiva che, tentando di liberare, finisce per perpetuare il cerchio simbolico.

La sua storia è un’allegoria della resistenza e del fallimento. In lei si annoda il conflitto tra desiderio e struttura, tra il soggetto e l’apparato che lo produce. E proprio per questo può essere la lettrice ideale di un testo radicale come L’Anti‑Edipo di Deleuze e Guattari: non come discepola, ma come figura che già incarna ciò che il libro enuncia — l’implosione del desiderio normalizzato, la dissoluzione dell’io edipico, il capitalismo come macchina paranoica che divora ogni differenza.


Descrizione dell’immagine

Utena è seduta sola su una scalinata di cemento, all’interno di un paesaggio urbano in rovina. Il cielo è grigio, gli edifici sfondati. Indossa l’uniforme scolastica nera e rossa che la contraddistingue nella serie: giacca lunga a doppio petto, spalline, cravattino rosso, pantaloncini. I capelli rosa le cadono sulle spalle, leggermente spettinati. Tra le mani, aperto in lettura, il volume L’Anti‑Edipo (Einaudi), chiaramente riconoscibile dalla copertina. Lo sguardo è rivolto verso il basso, concentrato ma distante, come se stesse leggendo un’ultima verità che ormai non serve più a nessuno. Il corpo non è teatrale, ma raccolto: un frammento silenzioso in un mondo che ha già fallito.


Commento teorico

Il gesto di Utena che legge L’Anti‑Edipo è il compimento di una traiettoria filosofica. Laddove il libro denuncia la sovradeterminazione del desiderio da parte delle macchine sociali, Utena lo ha già vissuto: la scuola come teatro, i duelli come codice, la rivoluzione come dispositivo che si spegne su sé stesso. Eppure, seduta tra le macerie, lei legge. Non per vincere. Non per salvare. Ma per sapere. È la nuova funzione della lettura: non arma né rifugio, ma residuo di un pensiero che sopravvive alla catastrofe.


Bibliografia dell’opera

Edizione italiana consigliata (filologica):
Gilles Deleuze, Félix Guattari, L’Anti‑Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, 2002
Traduzione di Alessandro Fontana, collana Biblioteca

Edizione di lettura (facilmente reperibile):
Stessa edizione, disponibile in ristampa su IBS, Libraccio, Amazon

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