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Recensione: Una battaglia dopo l’altra

Riflessioni su un film di Paul Thomas Anderson di Riccardo Bernini Il titolo è già una dichiarazione di poetica:   Una battaglia dopo l’altra . Non è solo un riferimento bellico o strategico, né una metafora psicologica, ma una vera e propria struttura drammaturgica, che scandisce il tempo e il disfacimento dei personaggi. Il film, presentato superficialmente dai media come una commedia grottesca, rivela invece una tensione tragica e lucida che mina dall’interno l’orizzonte stesso della lotta politica. È un’opera compatta, compiuta, che mette in crisi la rappresentazione classica della lotta armata — non tanto come gesto eroico o come atto criminale, ma come sintomo di un’ideologia esaurita. Il film racconta il lento disgregarsi di una frangia armata e dei suoi membri, seguendone il destino nel tempo, tra sorveglianza, infiltrazione, tradimenti e collassi individuali. Il cosiddetto terrorismo organizzato appare come un reticolo già previsto e presidiato dalle forze dell’ordine — po...

DUSE (2025) di Pietro Marcello

“In voi vedo tutte le donne del mondo”. Una dichiarazione che ricorda lo sguardo di Brodskij di fronte ad Achmatova di Riccardo Bernini Il film di Pietro Marcello dedicato a Eleonora Duse, in apparenza curato e persino raffinato in alcuni  passaggi, rivela però fragilità decisive che lo fanno fallire in pieno. Prima di tutto, non rende giustizia alla materia: la figura della Duse sfugge completamente al regista, sia sul piano storico che su quello artistico. Marcello, anziché penetrare la realtà con uno sguardo situazionista, sceglie la via più rassicurante del biografismo, e così priva la Duse di qualsiasi dimensione rivoluzionaria. Gli attori evocati come comprimari — Ermete Zacconi e Memo Benassi, colonne indiscusse del teatro italiano e mondiale — vengono trattati con superficialità estrema: non sono veri personaggi, ma figure ornamentali, quasi comparse. Lo stesso accade alla protagonista. La Duse interpretata da Valeria Bruni Tedeschi appare come una caricatura di attrice sen...

Cronenberg e l’osceno del reale

O dell’ultimo cinema come esperienza oracolare di Riccardo Bernini Ci troviamo di fronte a un’opera capitale, un film che sfida la narrazione e si propone come evento filosofico: un’apertura, nel senso kierkegaardiano, al concetto stesso di annuncio. Non un messaggio da decifrare, ma un   pungolo nella carne , un lutto irriducibile, un gesto che non consola. L’ultimo Cronenberg (e non importa nemmeno quale film sia, perché qui si parla di gesto e non di titolo) si impone come opera spiazzante, volutamente sfilacciata, apparentemente incoerente. A una lettura superficiale potrebbe sembrare il frutto senile di un regista che ha smarrito il senso della narrazione, che lavora per accumulazioni disarticolate, senza finale né risposte. E invece, nel suo rifiuto del senso, Cronenberg compie un atto di assoluta lucidità: mostra ciò che non può essere ricondotto, ciò che non può essere giustificato. Nessun ritorno, nessuna presa per mano. Solo esposizione. Il film non accompagna: si offre c...

Filosofi da vetrina, pensiero da discount

Contro la Netflixizzazione della filosofia di Riccardo Bernini Viviamo in un’epoca in cui tutti parlano di filosofia, ma nessuno pensa. In cui la parola   filosofo   è diventata un’etichetta da supermercato, una posa ben costruita, un travestimento da indossare sul palco, una figura che ha perduto ogni contatto con il concetto e ha venduto la propria dignità all’algoritmo. Non si è più filosofi perché si pensa, ma perché si appare. Non si è più filosofi perché si rischia il linguaggio, ma perché si hanno abbastanza follower per legittimare una casa editrice. Il filosofo oggi è un prodotto da intrattenimento, una voce che commenta tutto e non produce nulla, un acrobata del format. Ma la verità è che non si può essere filosofi nei tempi morti tra due podcast. Non si può essere filosofi con l’agenda piena di conferenze vendute al pubblico pagante. Non si può essere filosofi se si è troppo occupati a spiegare ogni cosa, a trasformare ogni fatto in contenuto. Il filosofo autentico ...

Venezia: il mondo e poi l’Occidente

Dispaccio clandestino da Venezia (Runa, corrispondente senza accredito) «Dentro applaudono i morti, fuori io prendo nota. La madrina parla di “spazio protetto”, e intanto il cinema muore soffocato sotto i velluti. Qui non c’è nulla da proteggere: è un cadavere imbellettato. Ho in mano Toynbee:   The World and the West . Lo sfoglio come un’arma. Il mondo   e poi   l’Occidente. Ma qui dentro è tutto rovesciato: l’Occidente   è   il mondo, il resto è niente. Palestina, Ucraina, guerre dimenticate: fuori campo, rimosse, espulse. In sala restano lacrime a comando e applausi cronometrati. Fanelli recita, Cortellesi illude, Venezia certifica. Non sono colpe individuali, sono pezzi dello stesso ingranaggio. È il bonifico che detta il copione: se parli, sparisci; se taci, lavori. È così che il cinema diventa pedagogo borghese, maestro di emozioni addomesticate. Non mi confondo: qui non c’è arte, c’è anestesia. La Mostra è un dispositivo di rimozione, un festival-spettaco...

La trappola dell’Occidente

erosione interna della democrazia di Riccardo Bernini Il linguaggio politico contemporaneo non argomenta più: enuncia. Le formule apodittiche — «tutto inizia a Gaza, tutto finirà a Gaza» — non appartengono alla logica discorsiva, ma alla liturgia del potere. Sono gesti performativi che non intendono convincere, ma saturare lo spazio simbolico con l’assoluto. In questo si rivela la metamorfosi della democrazia occidentale: non più arena di confronto, neppure menzogna teatrale, bensì pura autorappresentazione dogmatica. Il cuore della questione è la degenerazione interna. La democrazia occidentale, nata come promessa di pluralità, ha finito col ridursi a spettacolo autoreferenziale. Il mito del “sogno americano”, mai esistito se non come costruzione estetica, ha fornito per decenni il carburante di questo dispositivo: la libertà come immagine, la partecipazione come coreografia. Quando la coreografia si è esaurita, è rimasto soltanto il gesto del comando. È qui che si apre la trappola. D...

Il Loro Tramonto

«Salve a tutti da Venezia! Qui è tutto bellissimo, ci sono i tappeti rossi, le luci, i fotografi che gridano come gabbiani, e ci sono pure i vecchi che camminano piano piano, truccati come statue di cera. Ridono, ma ridono di se stessi. Dicono parole sagge, ma sono parole che sanno di muffa. È un carnevale che non fa più ridere nessuno, tranne me. Io mi diverto moltissimo, perché è chiaro che questo non è un festival, ma un funerale travestito. E allora ve lo dico: il cinema, così com’è qui, è già morto. E adesso vi spiego perché.» Cronache di Venezia (o di ciò che ne resta), a cura di Runa Yumozuki. di Riccardo Bernini Il cinema occidentale si è ridotto a una liturgia funebre. Un corteo che si svolge sui tappeti rossi dei festival, dove sfilano non le opere ma i resti: corpi imbellettati, registi trasformati in monumenti, premi consegnati come targhe cimiteriali. Cannes, Venezia, Berlino: necropoli che si travestono da celebrazione. L’oscenità non sta nei film in sé, ma nell’apparato ...