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L’autopsia del potere. Oltre l’igiene intellettuale

Se quei file li guardi con la logica di Netflix, vedrai un complotto; se li guardi come uno storico, vedrai una struttura; se li guardi come un moralista, proverai indignazione; se li guardi come un analista, vedrai il sistema. La tossicità non risiede nei documenti, ma nello sguardo isterico di chi li osserva.

di Riccardo Bernini

Quello che stiamo attraversando non appartiene alla cronaca giudiziaria, né può essere derubricato come l’ennesimo rigurgito di scandalo mediatico alimentato dai social network. La questione è più secca, quasi chirurgica: riguarda la postura dell’intellettuale di fronte al materiale sporco del mondo. La scelta è semplice e brutale: proteggersi o esporsi.

Esiste una posizione, elegantemente difesa da Riccardo Delferro, che propone una sorta di “igiene informativa”. Alcuni contenuti sarebbero una discarica tossica; di conseguenza, occorrerebbe operare una selezione kantiana di ciò che è degno di abitare la coscienza. È una tesi raffinata, ma errata. Presuppone l’esistenza di una conoscenza che non debba essere guardata, trasformando la prudenza critica in autocensura morale travestita da saggezza. Questo liberalismo domestico riduce il pensiero a una dieta. Ma il pensiero non è un regime alimentare: è un’autopsia. Se c’è del marcio, non lo si aggira. Lo si apre, lo si seziona, lo si nomina.

I cosiddetti “Epstein files”, legati alla figura di Jeffrey Epstein, non rivelano nulla di ontologicamente nuovo. Non servono documenti desecretati per scoprire che il potere è perverso: lo sappiamo da secoli. Essi mostrano qualcosa di molto più banale e per questo più solido: la persistenza delle strutture. Reti di ricatto, corpi ridotti a merce, immunità del capitale, complicità trasversali tra politica, finanza e spettacolo. Non è un complotto: è amministrazione sociale.

Trattare tutto ciò come una rivelazione apocalittica è il segno di un’infanzia storica. Dalle corti rinascimentali ai salotti ottocenteschi, dalle logge ai servizi segreti, cambia l’arredamento, non la struttura. Il Novecento lo sapeva benissimo. Siamo noi ad averlo dimenticato.

La differenza decisiva è metodologica. Da un lato l’invito a non leggere, per evitare l’avvelenamento; dall’altro l’imperativo opposto: leggere tutto, rifiutando però la seduzione dello scandalo. Il problema non è l’informazione, ma l’interpretazione. Se quei file li guardi con la logica di Netflix, vedrai un complotto; se li guardi come uno storico, vedrai una struttura; se li guardi come un moralista, proverai indignazione; se li guardi come un analista, vedrai il sistema. La tossicità non risiede nei documenti, ma nello sguardo isterico di chi li osserva.

Kirari Momobami


In questo senso il precedente più autentico non è il giornalismo d’inchiesta, ma Pier Paolo Pasolini con Petrolio. Pasolini non denunciava e non moralizzava: scavava. Entrava volontariamente nella fogna — sesso, petrolio, servizi deviati, corruzione industriale — non per amore del fango, ma perché sapeva che il potere abita lì. La purezza è una fantasia clericale. L’analisi, se è vera, è sempre sporca. Gli Epstein files risultano “pasoliniani” non perché rivelino un segreto, ma perché mostrano la banalità del marcio. Ed è la banalità del marcio, non il mostro mitologico, a essere davvero inquietante.

Emerge così un’ipocrisia morale macroscopica. Ci indigniamo per la pedofilia delle élite, ma restiamo quasi indifferenti davanti alle stragi geopolitiche, alla devastazione di Striscia di Gaza, alla gestione coloniale dei corpi. Lo scandalo sessuale eccita l’immaginario: è gossip. La violenza strutturale è sistema, e in quanto sistema diventa paesaggio. Invisibile. Il punto cieco non è nei file. È in noi.

Sul piano filosofico, l’ideale illuministico del sapere aude come scelta selettiva di ciò che merita conoscenza è stato superato dalla storia. Non viviamo più nella scarsità dell’informazione, ma nel suo eccesso. Il problema non è conquistare il diritto di sapere: è reggere il peso di sapere troppo. La soluzione non può essere il ritorno a un’ignoranza volontaria. Sarebbe regressione. La maturità consiste nel sapere tutto senza farsi ipnotizzare: restare freddi, analitici, privi di febbre morale. La comprensione è meno spettacolare dell’indignazione, ma infinitamente più politica.

In ultima analisi la conclusione è quasi antropologica. Il potere non è peggiorato, né l’uomo è decaduto. Sono rimasti identici a se stessi. È cambiata solo la nostra capacità di documentarlo. Questa non è una maledizione, ma un privilegio storico. A condizione di usare i dati come archivio e non come teatro. Non per scandalizzarci, ma per capire come funziona la macchina. Perché soltanto chi guarda l’ingranaggio senza distogliere lo sguardo può sperare, un giorno, di incepparlo.

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