Qualsiasi opera capace di sensibilizzare l’opinione pubblica intorno a una questione controversa, complessa e divisiva è necessaria. È bene dirlo subito, perché ciò che segue non vuole essere una critica alla necessità di NAZA , né tantomeno al lavoro compiuto da Yuval Abraham e Rachel Szor. La mia domanda riguarda piuttosto noi: che cosa accade allo spettatore quando esce dalla sala? Sono uscito dalla visione di NAZA trovando anzitutto un dato che mi ha colpito: il cinema era pieno. C’erano persone che normalmente non frequentano quella sala, studenti che raramente partecipano alla programmazione ordinaria, urbinati che, come dico scherzando, sembravano usciti dai sepolcri delle loro case. È già un fatto. Un film riesce a convocare una comunità intorno a qualcosa che quella comunità ritiene urgente. NAZA raccoglie le testimonianze anonime di persone appartenenti all’apparato militare e dell’intelligence israeliana. Parlano delle operazioni a Gaza, dei sistemi di sorveglianza e indiv...
Se quei file li guardi con la logica di Netflix, vedrai un complotto; se li guardi come uno storico, vedrai una struttura; se li guardi come un moralista, proverai indignazione; se li guardi come un analista, vedrai il sistema. La tossicità non risiede nei documenti, ma nello sguardo isterico di chi li osserva. di Riccardo Bernini Quello che stiamo attraversando non appartiene alla cronaca giudiziaria, né può essere derubricato come l’ennesimo rigurgito di scandalo mediatico alimentato dai social network. La questione è più secca, quasi chirurgica: riguarda la postura dell’intellettuale di fronte al materiale sporco del mondo. La scelta è semplice e brutale: proteggersi o esporsi. Esiste una posizione, elegantemente difesa da Riccardo Delferro , che propone una sorta di “igiene informativa”. Alcuni contenuti sarebbero una discarica tossica; di conseguenza, occorrerebbe operare una selezione kantiana di ciò che è degno di abitare la coscienza. È una tesi raffinata, ma errata. Pres...