Qualsiasi opera capace di sensibilizzare l’opinione pubblica intorno a una questione controversa, complessa e divisiva è necessaria. È bene dirlo subito, perché ciò che segue non vuole essere una critica alla necessità di NAZA , né tantomeno al lavoro compiuto da Yuval Abraham e Rachel Szor. La mia domanda riguarda piuttosto noi: che cosa accade allo spettatore quando esce dalla sala? Sono uscito dalla visione di NAZA trovando anzitutto un dato che mi ha colpito: il cinema era pieno. C’erano persone che normalmente non frequentano quella sala, studenti che raramente partecipano alla programmazione ordinaria, urbinati che, come dico scherzando, sembravano usciti dai sepolcri delle loro case. È già un fatto. Un film riesce a convocare una comunità intorno a qualcosa che quella comunità ritiene urgente. NAZA raccoglie le testimonianze anonime di persone appartenenti all’apparato militare e dell’intelligence israeliana. Parlano delle operazioni a Gaza, dei sistemi di sorveglianza e indiv...
Sfuggito all'altare del video, ora domatore di parole