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Qualsiasi opera capace di sensibilizzare l’opinione pubblica intorno a una questione controversa, complessa e divisiva è necessaria. È bene dirlo subito, perché ciò che segue non vuole essere una critica alla necessità di NAZA, né tantomeno al lavoro compiuto da Yuval Abraham e Rachel Szor. La mia domanda riguarda piuttosto noi: che cosa accade allo spettatore quando esce dalla sala?
Sono uscito dalla visione di NAZA trovando anzitutto un dato che mi ha colpito: il cinema era pieno. C’erano persone che normalmente non frequentano quella sala, studenti che raramente partecipano alla programmazione ordinaria, urbinati che, come dico scherzando, sembravano usciti dai sepolcri delle loro case. È già un fatto. Un film riesce a convocare una comunità intorno a qualcosa che quella comunità ritiene urgente.
NAZA raccoglie le testimonianze anonime di persone appartenenti all’apparato militare e dell’intelligence israeliana. Parlano delle operazioni a Gaza, dei sistemi di sorveglianza e individuazione degli obiettivi, delle decisioni prese e delle conseguenze di quelle decisioni. Tutto avviene di notte, sui tetti di Tel Aviv. Dietro gli intervistati rimangono le finestre illuminate degli edifici, gli appartamenti, la vita quotidiana. Si sentono gli allarmi. A volte la luce viene meno. Non c’è una musica propriamente detta, ma esiste una sorta di ronzio, un rumore bianco permanente che finisce per assumere la funzione stessa della musica.
Ed è durante la visione che per me è cominciato il problema.
Mi sono guardato intorno. Alcuni spettatori erano concentratissimi; altri prendevano, per così dire, l’abbronzatura alla luce del cellulare. E continuavo a chiedermi: che cosa cambierà nella loro posizione quando usciranno da questa sala?
Torneranno a casa. Io stesso tornerò a casa. Abbiamo visto, abbiamo saputo, abbiamo partecipato per ottanta minuti alla testimonianza di qualcosa di terribile. Ma siamo cambiati? Oppure il cinema è diventato anche un luogo nel quale esercitiamo ritualmente la nostra coscienza?
La domanda è sgradevole proprio perché comprende chi la formula.
Anch’io posso dire che ciò che accade è tremendamente ingiusto. Posso organizzare serate sulla Palestina, parlarne, scriverne. Ma rimango un uomo che questa sera tornerà nel proprio letto morbido e caldo. Domani ci saranno le bollette, la luce, l’acqua, il gas. La vita ricomincerà esattamente dal punto in cui l’avevo lasciata. Io non sono Albert Schweitzer che abbandona una parte della propria esistenza, studia medicina e va a costruire un ospedale in Africa. Lì l’evento entra materialmente nella vita e la rifonda. Io rimango, invece, dentro la condizione del privilegiato.
Per questo la domanda non è: NAZA è necessario? Lo è. La domanda è: che cosa può ancora fare un’opera necessaria a uno spettatore che ha imparato perfettamente ad assorbire la necessità delle opere?
Mi è stato detto: è un film importante perché invita a riflettere. Ma a riflettere su che cosa, precisamente? Sulla banalità del male? Sulla capacità dell’apparato burocratico di trasformare la morte in procedura? Sulla distanza tra l’atto e le sue conseguenze?
Qui il riferimento ad Hannah Arendt viene quasi spontaneo, ma proprio qui occorre fare attenzione. Gli uomini che ascoltiamo in NAZA non sono sovrapponibili ai funzionari del nazismo. E neppure il tipo di coscienza che emerge dalle loro parole è identico. Nel nazismo poteva esistere una cultura libresca e nozionistica perfettamente compatibile con la distorsione ideologica e morale: la cultura, in quel caso, non era affatto garanzia di umanità. Ma in NAZA mi sembra di percepire qualcosa di ancora diverso e forse più contemporaneo: non tanto «so perché lo faccio e lo faccio perché deve essere fatto», quanto «non so più realmente perché debba essere fatto, ma so che deve essere fatto».
È lo scarto tra convinzione e funzionamento.
E quando uno degli intervistati arriva a definirsi parte dell’intellighenzia israeliana di sinistra, la contraddizione diventa ancora più perturbante. Non siamo più semplicemente davanti alla figura rassicurante del “cattivo”. Siamo davanti a individui capaci di collocarsi culturalmente, politicamente e moralmente e, nello stesso tempo, di funzionare all’interno di un dispositivo che produce ciò che il film documenta.
Ma allora torno alla sala.
Che cosa rimarrà di NAZA?
La mia paura è che possa rimanere pochissimo. Non perché il film sia inutile o mal costruito. Al contrario: proprio perché è costruito benissimo. È ripulito, levigato, controllato. Assomiglia a quei magnifici edifici contemporanei di acciaio e vetro che si inseriscono accanto alla città antica producendo un’eccedenza visiva perfettamente amministrata. Li guardiamo e diciamo: ecco la frattura. Ma quella frattura è già stata prevista dall’architettura.
NAZA sembra eccederci. La mia domanda è se ci ecceda davvero.
Forse esiste oggi un cinema politico che rischia di confermarci proprio mentre crediamo che ci stia mettendo in crisi. Usciamo indignati, sconvolti, moralmente dalla parte giusta; e il giorno seguente ricominciamo esattamente la nostra vita.
È qui che, per me, entra in gioco Her Private Hell di Nicolas Winding Refn.
Non perché Her Private Hell affronti qualcosa di politicamente o moralmente più importante. Il confronto sarebbe assurdo. Mi interessa invece il modo in cui Refn concepisce l’azione del cinema sullo spettatore. Quel film lentissimo, stratificato, polisemico, continuamente aggressivo nei confronti di chi guarda, possiede una grandezza segnica che non cerca innanzitutto il nostro consenso. Non vuole che diciamo: «Ho capito». Non vuole necessariamente che rimaniamo.
Anzi.
So già che, durante la proiezione, alcuni spettatori se ne andranno. Cinque, forse sei, forse di più. A un certo punto qualcuno penserà: non può essere così, devo uscire di qui.
Ecco: in quell’istante il film ha fatto qualcosa.
Non significa che ogni spettatore che abbandona una sala dimostri la grandezza dell’opera. Sarebbe una sciocchezza. Significa però che esiste un cinema che non si limita a consegnare un contenuto alla coscienza dello spettatore, ma tenta di intervenire sul suo corpo, sulla sua percezione, sul suo tempo, sulla sua capacità di sopportazione.
Il cinema, allora, torna a essere un lavoro antropologico.
Interviene sull’anthropos. Sulla pelle. Sui visceri.
E forse il problema che NAZA involontariamente mi ha posto non riguarda affatto NAZA. Riguarda noi. Riguarda la straordinaria capacità che abbiamo sviluppato di vedere l’orrore, riconoscerlo come orrore, pronunciare su di esso un giudizio moralmente corretto e continuare a vivere.
Forse il vero pericolo non è più soltanto non sapere.
È sapere perfettamente, e riuscire comunque a rimanere gli stessi.
Sull'immagine: Françoise Arnoul (Cyborg 003), personaggio di Cyborg 009 (サイボーグ009), manga creato da Shōtarō Ishinomori nel 1964. Rielaborazione originale realizzata con intelligenza artificiale a partire da riferimenti iconografici del personaggio e ispirata al segno del manga di Ishinomori. Françoise è raffigurata nella divisa dei Cyborg 00, in una caffetteria universitaria, mentre legge Il tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. La permanenza della divisa in un ambiente civile è intenzionale: allude all’impossibilità di separare completamente la quotidianità dalla macchina della guerra, della burocrazia e dei suoi dispositivi. Immagine realizzata a fini culturali, critici e di omaggio, senza finalità commerciali. Personaggio e opera originale © Ishimori Production Inc. / Shōtarō Ishinomori.

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