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DUSE (2025) di Pietro Marcello



“In voi vedo tutte le donne del mondo”. Una dichiarazione che ricorda lo sguardo di Brodskij di fronte ad Achmatova

di Riccardo Bernini

Il film di Pietro Marcello dedicato a Eleonora Duse, in apparenza curato e persino raffinato in alcuni passaggi, rivela però fragilità decisive che lo fanno fallire in pieno. Prima di tutto, non rende giustizia alla materia: la figura della Duse sfugge completamente al regista, sia sul piano storico che su quello artistico. Marcello, anziché penetrare la realtà con uno sguardo situazionista, sceglie la via più rassicurante del biografismo, e così priva la Duse di qualsiasi dimensione rivoluzionaria.

Gli attori evocati come comprimari — Ermete Zacconi e Memo Benassi, colonne indiscusse del teatro italiano e mondiale — vengono trattati con superficialità estrema: non sono veri personaggi, ma figure ornamentali, quasi comparse. Lo stesso accade alla protagonista. La Duse interpretata da Valeria Bruni Tedeschi appare come una caricatura di attrice sensibile e alienata, violentata dal periodo storico, ma mai dotata della forza magnetica che fu propria della vera Duse. Ciò che manca è esattamente l’essenza della Duse: la bellezza abbagliante, il fascino erotico incalcolabile, la sensualità libera e indomita che la rendevano unica, capace di vivere il sesso con naturalezza e desiderio, di legarsi con intensità assoluta e senza compromessi.

Un punto emblematico è il trattamento del rapporto con D’Annunzio. Quello che nella realtà fu un legame amoroso e conflittuale, ricco di tensioni, passioni e scontri violenti, qui diventa una macchietta. D’Annunzio è ridotto a figura irrilevante, trattata quasi con indulgenza, come se non fosse stato il poeta manipolatore, narcisista e vampirico che in effetti fu. Marcello non osa affondare il colpo, non restituisce né la violenza né la grandezza contraddittoria di questo rapporto, privando così la Duse di un elemento centrale della sua biografia e della sua arte.



Sul piano storico il film cade in errori vistosi. Marcello inventa opere inesistenti, come Ecuba delle trincee, che viene presentata come svolta avanguardistica ma non è mai stata scritta né rappresentata. Ancora più grave è l’invenzione di personaggi: il commediografo Giacomo Rossetti Dubois non è mai esistito. È una creazione del film, e viene dipinto prima come poeta che aspira a diventare rivoluzionario, senza riuscirci, e poi come fascista della prima ora, proprio in virtù delle sue immancabili debolezze. È un artificio che confonde costantemente realtà e invenzione, senza mai dichiararne la natura fittizia.

L’esempio più evidente di questo errore metodologico si trova nel rapporto tra la Duse e la figlia. Marcello lo dipinge come conflittualissimo, intriso di tensioni e di scontri quasi ideologici. Ma questa rappresentazione è del tutto congetturale: non esistono documenti attendibili sulla vita della figlia né sul suo rapporto con la madre. L’unico materiale esistente sono le lettere della Duse, che parlano soprattutto di sé stessa. Marcello prende dunque un’ipotesi e la mette in scena come certezza, scivolando in una falsificazione metodologica che compromette l’intera operazione.

Si potrebbe obiettare che Marcello ritrae gli ultimi anni della Duse, quando era malata, debole, segnata dalla tisi. Ma l’argomento è irrilevante. Una donna bellissima resta bellissima anche nella vecchiaia. Lo capì proprio Dubois, quando guardando negli occhi la Duse disse: “In voi vedo tutte le donne del mondo”. Una dichiarazione che ricorda lo sguardo di Brodskij di fronte ad Achmatova: vedere nel volto segnato dall’età non la decadenza, ma la totalità del mito femminile. È questa la dimensione che Marcello ignora: il mito erotico e intellettuale della Duse, che non si spegne con la giovinezza ma si amplifica con l’età.

La struttura del film riflette invece solo debolezza. Non c’è una chiave di lettura potente, non c’è un filo conduttore solido. La narrazione procede per frammenti, per illuminazioni isolate, alternando storie e finzioni senza ordine né energia interpretativa. Tutto si riduce a un esercizio di calligrafismo visivo, elegante ma sterile, che maschera l’assenza di visione.

Il risultato è un’opera che inciampa continuamente. La protagonista non restituisce nemmeno l’ombra della bellezza vertiginosa e della sensualità indomabile della Duse; D’Annunzio è trattato senza crudezza; la Storia è piegata e falsata; la materia è impoverita. Valeria Bruni Tedeschi non recita davvero, e quando lo fa la sua interpretazione raddoppia la distanza dal personaggio, in una doppia traduzione che annulla ogni magnetismo.

Così il film non illumina nulla. Non mostra la Duse come attrice, non la rivela come donna di eros e pensiero, non la comprende come figura tragica e indomita. La riduce a ombra debole, a corpo svuotato, a icona senza radici. Ed è per questo che fallisce, e fallisce nel modo più radicale: non solo non restituisce la grandezza della Duse, ma la tradisce, lasciandone soltanto un simulacro calligrafico e impotente.

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