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Una lenta capitolazione

di Riccardo Bernini

Lasciamo che trionfi la destra. E non soltanto la destra parlamentare, ma la sua espressione più compatta e pulsionale: l’estrema destra. Quella che si propone non come forza di gestione, ma come torsione regressiva, come desiderio d’ordine, come ritorno al principio. È giusto così. È logicamente conseguente. Perché una democrazia è tale anche quando – con meticolosa coerenza – vota contro se stessa. Se l’elettore medio desidera lo Stato punitivo, lo Stato identitario, lo Stato cieco, allora lo Stato deve accoglierlo nella sua forma più nuda. Non più una “democratura”, ma un dispositivo reale di repressione. Non una pantomima autoritaria, ma un assetto compiuto, disciplinare, compatto. L’Italia non solo lo merita: lo desidera.

Pasolini aveva visto giusto. L’italiano medio non è solo un prodotto, ma un agente. Non subisce la mutazione antropologica: la genera. Non patisce la modernizzazione: la celebra nei suoi esiti più servili. E non si oppone alla violenza sistemica: la invoca. La richiesta di un “uomo forte” è una domanda ontologica, non politica. È la volontà di essere deciso da un altro, di abdicare all’iniziativa, di scivolare dentro l’identità come dentro una bara comoda e imbottita. Le manovre istituzionali, con la proposta di un premierato rafforzato e la progressiva evanescenza del Presidente della Repubblica, non sono un colpo di mano: sono la trascrizione giuridica di un desiderio collettivo. L’uomo-medio chiede che la democrazia venga archiviata nel nome dell’efficienza, della chiarezza, della punizione.

Nel frattempo, l’astensione si fa fenomeno strutturale. Non più un gesto isolato, ma l’epifenomeno di un’epoca. A non votare non sono solo i disillusi: sono gli assenti strutturali, coloro per cui la politica è una nebbia remota, uno schermo piatto, una curva silenziosa. Ed è precisamente da qui che nasce il totalitarismo soft: quello che si realizza con il consenso implicito, con l’indifferenza diffusa, con l’assenza di attrito. Il Presidente della Repubblica, ormai privo di ogni forza simbolica, firma ogni atto come un notaio esausto. L’onestà personale, in questo contesto, non è virtù: è decorazione. La funzione si è trasformata in una maschera post-democristiana: garante della forma, mai del senso.

Così si producono leggi non per governare, ma per significare. Lo Stato non gestisce: comunica. Non ascolta: allude. Lo fa attraverso simboli, atti performativi, dichiarazioni identitarie. Si proibisce l’educazione sessuale alle medie. Si celebra il “Dio, Patria e Famiglia” come se si trattasse di un eterno ritorno, ignorando la cronologia effettiva delle biografie dei suoi stessi promulgatori. Si riattiva la retorica dei moschetti e delle madri, si mitizza il ruralismo, ma senza alcuna nobiltà contadina. Non c’è la solidità del mondo antico, ma l’eco contraffatta di un mondo che non ha mai avuto radici. L’Italia che si manifesta oggi è una nazione analfabeta e spettacolarizzata, reazionaria e fragile, moralista e discontinua.

Yumeko Jabami, protagonista della serie manga Kakegurui di Homura Kawamoto e illustrata da Tōru Naomura (Square Enix, 2014 – in corso; edizione italiana: J-POP, 2018 –), è figura enigmatica di sapere e desiderio. Il suo corpo – iperbolico, intatto, assoluto – non si offre allo sguardo: lo interroga. L’uniforme scolastica è armatura simbolica, e il gesto che impone silenzio è già linguaggio. Nulla in lei è seduzione: tutto è gioco, verità, disordine.

Il potere non mente più: trasfigura. Non è più necessario mentire in modo coerente. È sufficiente produrre segni, gesti, maschere. La contraddizione tra vita privata e norma pubblica non viene più vissuta come ipocrisia, ma come licenza del potere. Il leader non deve essere coerente: deve essere venerato. E chi lo venera non chiede coerenza, ma solo che l’ordine venga mantenuto. O simulato.

Eppure – paradossalmente – proprio da questo potrebbe nascere qualcosa. Non dal risveglio, ma dal trauma. Non da un’etica, ma da una crisi di sistema. Quando il potere si mostrerà per ciò che è, quando la sua forza repressiva toccherà il corpo, la psiche, la casa, forse allora si produrrà uno scarto. Ma non prima. Per ora l’infezione si propaga indisturbata, e lo fa in modo anestetizzato. Il dolore è ancora lieve, ancora distanziato. Le membra di questo corpo collettivo non sono ancora cancrenose. Ma lo saranno.

E forse allora, solo allora, ci sarà una risposta. O un'altra sottomissione.

Commenti

  1. E’ triste vedere che sono pochi i pensatori che fanno acute analisi sulle scelte politiche e sui personaggi che dirigono importanti trasformazioni senza essere registi. Ottimo

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